Individuare “biomarcatori” che siano in grado di quantificare e misurare le limitazioni del funzionamento dei principali organi coinvolti nella broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco). Questo è l’obiettivo perseguito dallo studio di durata biennale coordinato dall’Università di Udine in collaborazione con l’Università di Verona e di Pavia. La ricerca, finanziata con i fondi del Pnrr per un totale di 240 mila euro, si inserisce nel contesto dei Progetti di rilevante interesse nazionale (Prin) del ministero dell’Università e della ricerca. I risultati ottenuti saranno presentati martedì 17 febbraio in un mini-simposio che si terrà all’ateneo scaligero.
A coordinare il progetto è stato Bruno Grassi, direttore della scuola di specializzazione in Medicina dello sport e dell’esercizio dell’Università di Udine, che ha guidato il lavoro svolto dal gruppo di fisiologi dell’ateneo friulano. Allo studio hanno contribuito inoltre i fisiologi del dipartimento di Medicina molecolare dell’ateneo pavese, sotto la responsabilità di Maria Antonietta Pellegrino, docente di Fisiologia, e un team di esperti di fisiopatologia respiratoria e di scienziati del movimento dei dipartimeni di Medicina e Neuroscienze, biomedicina e movimento dell’Università di Verona, coordinato da Ernesto Crisafulli, docente di Malattie dell’apparato respiratorio.
La Bpco è una patologia caratterizzata da un decorso cronico e progressivamente peggiorativo, intervallato da riacutizzazioni periodiche della malattia. Sebbene interessi in modo particolare l’apparato respiratorio, essa è a tutti gli effetti una malattia sistemica, che coinvolge diversi organi e funzioni dell’organismo come il sistema cardiovascolare, la funzione microvascolare e il muscolo scheletrico. Il coinvolgimento del muscolo scheletrico determina una riduzione della capacità di svolgere attività fisica, con conseguenze significative non solo sul quadro clinico, ma anche sulle capacità lavorative e ricreative dei pazienti, andando ad incidere in modo sostanziale sulla qualità della vita.
Lo studio ha identificato biomarcatori in grado di misurare in modo oggettivo le limitazioni della patologia, partendo dalla riduzione della capacità di esercizio e della funzione cardiopolmonare, alla perdita di forza e massa muscolare, fino alla compromissione della microcircolazione e della produzione di energia del muscolo. “Tali indicatori – ha spiegato Ernesto Crisafulli – risultano andare ben oltre la valutazione della funzione polmonare e dovranno pertanto essere attentamente considerati sia nel processo di inquadramento clinico dei pazienti, sia nella pianificazione e nel monitoraggio dell’efficacia degli interventi terapeutici e riabilitativi”.
Analisi sui campioni di muscolo hanno mostrato come i mitocondri mantengono una buona funzionalità, e come, di fatto, siano resistenti anche dopo anni di malattia. Questo apre nuove prospettive terapeutiche e riabilitative, in quanto suggerisce che i muscoli dei pazienti sono in grado di funzionare correttamente se adeguatamente stimolati. Nei due anni dello studio, inoltre, i pazienti trattati non hanno avuto riacutizzazioni, confermando l’efficacia del trattamento nel prevenire l’evoluzione della malattia.
EI, con il contributo dell’ufficio stampa dell’Università di Udine
























