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Una riflessione tra sport e linguaggio

L’intervista alla docente Paola Cotticelli sulla contestualizzazione corretta delle parole

di Elena Melis
27 Febbraio 2026
in Attualità, Home Page
Photo credits: @Daniel - Adobestock

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Si sono da poco concluse le Olimpiadi di Milano Cortina 2026. I giochi sono entrati nella storia: si tratta dell’edizione invernale più equilibrata tra la presenza maschile e femminile, con il47% di atlete donne e le tante iniziative per promuovere la parità di genere e per contribuire a rendere il mondo dello sport più inclusivo.  

Le Olimpiadi hanno segnato un record di partecipazione femminile, ma anche suscitato alcune polemiche – soprattutto da parte dei più giovani sui social – legate ai titoli apparsi sui media, che accompagnavano la parola “atleta” con quella di “mamma”. Si fa riferimento al caso di Francesca Lollobrigida, doppia medaglia d’oro nei 3000m e 5000m nel pattinaggio di velocità.  Le mamme atlete sono poco numerose negli sport, ma in risposta l’atleta ha sottolineato come i giochi olimpici abbiano rappresentato “l’occasione di dimostrare che si può essere mamma e vincere una medaglia d’oro”. 

Per comprendere meglio il dibattito ci siamo affidati a Paola Cotticelli, docente di Glottologia e linguistica dell’Università di Verona.  

 

Dal punto di vista linguistico quanto influisce sulla percezione dell’ascoltatore o del lettore l’uso della parola “mamma” come primo termine in riferimento all’ottenimento di una medaglia olimpica o in generale di un successo lavorativo? 

Dal punto di vista linguistico, una parola non produce automaticamente un effetto ideologico, anche se sappiamo che le parole hanno un significato che porta con sé alcune associazioni. “Mamma” è un termine ad alta salienza emotiva, fortemente connotato, che può quindi aprire le associazioni dell’ascoltatore/lettore verso la dimensione familiare. Tuttavia, l’effetto e la realizzazione della associazione ad esso collegata dipendono dal contesto discorsivo, dal framing testuale, o cornice narrativa. Non è il lemma in sé a determinare la percezione, ma il modo in cui viene inserito nella struttura informativa. 

Nelle interviste rilasciate l’atleta usa il termine ‘mamma’ riferito a sé stessa in modo chiaro per descrivere i diversi compiti e responsabilità di una donna che oltre ad essere atleta professionista ha deciso di avere una famiglia e di essere madre: ciò comporta una responsabile riflessione di ottimizzare tempi ed energie per poter essere all’altezza dei suoi ruoli. E ripeto le sue parole per contestualizzare: “non ho voluto dover scegliere (tra essere mamma e atleta)”, questo mi pare il messaggio principale! 

In che modo il linguaggio contribuisce a costruire una gerarchia tra identità professionale e identità personale nel lettore o nell’ascoltatore? 

Il linguaggio può contribuire a rendere più visibile un aspetto identitario rispetto a un altro, ma parlare di “gerarchia costruita dal linguaggio” rischia di essere eccessivamente deterministico. Intendo dire che ciò significa attribuire al linguaggio un potere causale diretto e quasi automatico nel produrre strutture sociali o cognitive. In realtà, il linguaggio non crea automaticamente queste gerarchie: può piuttosto renderle salienti, riflettere priorità culturali già esistenti o organizzarle discorsivamente attraverso ciò che viene messo in primo piano; dunque, può riflettere piuttosto aspettative culturali già presenti, o far prevalere un’opinione forzando il contesto.  

La questione richiama la nota ipotesi di Sapir e Whorf, secondo cui il linguaggio influenzerebbe il modo in cui percepiamo e organizziamo la realtà. Tuttavia, nella sua versione forte — quella deterministica — questa ipotesi non è oggi generalmente accolta. La ricerca contemporanea parla piuttosto di un’influenza debole: il linguaggio può orientare l’attenzione o rendere salienti certe dimensioni, ma non determina automaticamente le gerarchie cognitive o sociali. In questo senso, anche nel caso delle interviste alle atlete, il linguaggio non crea di per sé una gerarchia tra identità professionale e personale, ma può contribuire a evidenziarne una già culturalmente disponibile. Certo è che la lingua è uno strumento potente, può venire orientata e orientare, può manipolare in mancanza di spirito critico da parte dell’ascoltatore/lettore o travisare le opinioni. 

Quale ruolo possono avere i media nel promuovere un uso più consapevole del linguaggio, soprattutto quando si parla di professione, maternità e paternità? Quali possono essere le modalità di contrasto a tale narrazione che mette sempre prima la sfera affettiva delle donne rispetto a quella professionale? 

Attribuire al linguaggio un ruolo quasi correttivo o trasformativo rischia di sopravvalutarne il potere. I media non promuovono semplicemente “un uso più consapevole del linguaggio”, ma costruiscono cornici narrative che riflettono aspettative culturali già esistenti. Il problema, quindi, non è tanto la presenza di termini legati alla sfera affettiva, quanto la loro eventuale sistematicità e asimmetria: se certi aspetti biografici vengono resi salienti per le atlete e non per gli atleti. Basterebbe trovare interviste in cui atleti appena diventati papà usano questo termine per il loro nuovo ruolo. 

Più che intervenire sul lessico in senso normativo, una modalità efficace di riequilibrio consiste nel variare le prospettive narrative e nel rendere comparabili i criteri di selezione delle informazioni. In altre parole, non si tratta di eliminare riferimenti alla maternità o alla vita privata, ma di evitare che diventino automaticamente il primo frame interpretativo attraverso cui viene presentata la performance professionale femminile. 

L’atleta, quando è stata intervistata, ha ben parlato delle sue prestazioni professionali, dando un’immagine di sé a tutto tondo. Questo è il frame, la contestualizzazione corretta delle sue parole. 

 

EI

 

 

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