Un nuovo studio dell’Università di Verona, pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Neuroinflammation”, evidenzia risultati promettenti nel trattamento della sclerosi multipla recidivante-remittente. La ricerca, dal titolo “L’effetto delle compresse di cladribina sull’infiammazione intratecale nella sclerosi multipla recidivante-remittente”, è stata coordinata da Massimiliano Calabrese, docente della sezione di Neurologia diretta da Michele Tinazzi del dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento, e ha coinvolto un ampio gruppo di ricercatori dell’Ateneo scaligero.
La sclerosi multipla è una malattia neurologica cronica che colpisce il sistema nervoso centrale ed è tra le principali cause di disabilità nei giovani adulti. Secondo l’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism), in Italia si stimano oltre 130 mila persone affette, con circa 3.600 nuove diagnosi ogni anno. La forma recidivante-remittente è la più comune ed è caratterizzata da fasi di ricaduta alternate a periodi di remissione.
La cladribina è un farmaco immunomodulante somministrato per via orale, che agisce selettivamente su alcune popolazioni di linfociti, cellule del sistema immunitario coinvolte nei processi infiammatori della malattia. Il suo meccanismo d’azione consente di ridurre l’attività patologica senza sopprimere in modo continuativo il sistema immunitario.
Il lavoro nasce da una collaborazione con l’Università di Genova, l’Università dell’Aquila e l’Ausl Romagna – Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, ed è stato sostenuto da Merck Serono S.p.A. Lo studio ha seguito per due anni 42 pazienti, sottoposti a monitoraggi clinici e cognitivi periodici, risonanze magnetiche annuali e analisi del liquido cerebrospinale prima e dopo il trattamento, con l’obiettivo di indagare i marcatori dell’infiammazione cronica nel sistema nervoso centrale.
I risultati mostrano che il trattamento con cladribina è associato a una significativa riduzione di diversi marcatori infiammatori nel liquido cerebrospinale. In particolare, dopo due anni di terapia si è osservata una diminuzione rilevante, a livello liquorale, di molecole come TNFR1, Pentraxina-3 e CCL22, tutte coinvolte nei processi di infiammazione cronica e nel danno cerebrale tipico della sclerosi multipla. Parallelamente, durante il periodo di osservazione nessun paziente ha sviluppato nuove lesioni corticali e il numero di lesioni con orletto paramagnetico, considerate indicatori di infiammazione cronica attiva, è rimasto stabile. Dal punto di vista clinico, circa il 59% dei pazienti ha mantenuto uno stato di completa assenza di attività di malattia, un indicatore noto come NEDA.
“I dati indicano che la cladribina potrebbe avere un effetto più ampio di quanto finora ipotizzato, agendo non solo sull’infiammazione periferica, responsabile delle ricadute e della formazione di nuove lesioni, ma anche su quei meccanismi infiammatori cronici che agiscono all’interno del sistema nervoso centrale e che rappresentano una delle principali cause dell’accumulo di disabilità nella sclerosi multipla”, afferma Massimiliano Calabrese, autore corrispondente dello studio. “La ricerca apre prospettive rilevanti, suggerendo che alcune terapie ad alta efficacia possano intervenire anche sull’infiammazione cronica compartimentalizzata del sistema nervoso centrale. “Studi più ampi e controllati saranno necessari per confermare questi risultati e definire il ruolo dei biomarcatori del liquido cerebrospinale come indicatori di risposta terapeutica e strumenti per monitorare la progressione silente della malattia”, conclude il neurologo.
DOI: 10.1186/s12974-026-03725-2
Sara Mauroner

























