Il Festival della canzone italiana ha appena concluso la sua settantaseiesima edizione. Sono tanti anni per una gara canora, una delle prime dell’era postbellica la cui storia coincide a un dipresso con quella della Repubblica. Nato nel 1951, il «Festival della canzone italiana» reca già nel titolo il progetto che intende realizzare: rifare l’Italia uscita dai disastri materiali, umani, morali della dittatura prima, della guerra e della guerra civile poi, e di farlo anche con la musica, anche con le canzoni che avrebbero scandito le giornate di chi le avrebbe ascoltate e cantate nei più vari momenti della giornata e per più diversi scopi, cercando così magari di lenire ferite dolorose e un presente difficile.
In oltre sette decenni, il Festival ha conosciuto alti e bassi, come è fisiologico per qualsiasi manifestazione dalla storia così lunga. Sia dal punto di vista estetico, sia da quello ideologico, Sanremo ha attraversato fasi crescenti e calanti, ha entusiasmato e deluso; il più delle volte le due cose insieme—gli anni cosiddetti d’oro, quelli delle canzoni ormai assurte al rango di classici, sono stati anche quelli delle critiche più velenose da parte di musicisti, intellettuali, persone di cultura in genere.
L’edizione 2026, però, segna un punto di rottura. Dopo il picco di ascolti e pervasività nel discorso nazionale raggiunti durante l’era Amadeus (2020-24, grazie al paziente lavoro di chi l’aveva preceduto), capitalizzato lo scorso anno da Carlo Conti, l’effetto volano sembra essersi esaurito. Il pubblico dà segni di stanchezza: gli ascolti calano. Succede perché sul palco dell’Ariston manca lo spettacolo. Quello del 2026 è un festival del “ritorno all’ordine”. Non c’è chi prende a calci le rose (Blanco, nel 2023), chi twerka su un collega nel pubblico e poi lo bacia “alla francese” (Rosa Chemical con Fedez, sempre nel 2023); non ci sono sfuriate fuori luogo per un primo posto mancato (Ultimo, nel 2019), non ci sono comici che suscitino interesse (che senso ha prendere in giro oggi personaggi “chiacchierati” un decennio fa e che una parte del pubblico non conosce?), non ci sono ospiti che facciano davvero traino (Tiziano Ferro, Eros Ramazzotti, i Pooh, Max Pezzali sono fenomeni metabolizzati e al limite dell’usura, e forse anche oltre quella); non ci sono interpreti e brani che interroghino il concetto stesso di “canzone italiana” e “italianità”, parlando così del e al Paese del presente (Ghali, nel 2024). Insomma, non ci sono artisti e canzoni che possano creare anche solo un sospetto di “disturbo della quiete pubblica”; e quando qualcosa pure rimane, le telecamere si affrettano a correre altrove (il bacio sulla bocca tra Levante e Gaia, quello sulla guancia tra Leo Gassman e Aiello, le spillette politiche di altri, tutte cose prontamente ignorate nelle riprese).
È una cornice rigida che sa di Restaurazione (con la Restaurazione, quella postnapoleonica, che peraltro così rigida non è mai stata); un Festival perbenista, più che perbene: il tentativo di mettere in scena la “buona televisione di una volta” (anche qui, un mito più che una realtà). Ma questa confezione a tal punto asettica ha creato problemi. Lo ha fatto dal punto di vista artistico, televisivo e soprattutto social. D’altronde di che cosa dovrebbero parlare i canali dell’era digitale se non c’è niente di cui parlare? In un’era digitale che vive di reazioni, un Festival troppo “a posto” finisce per diventare invisibile, e rischia poi di trascinare nell’ombra gli artisti e le canzoni che vorrebbe—e forse magari dovrebbe—promuovere.
Vincenzo Borghetti
Docente di Musicologia e storia della musica del dipartimento Culture e civiltà
























