Da oltre quarant’anni in Italia nascono pochi bambini; meno di 1,5 figli per donna, un numero molto inferiore rispetto al necessario per rinnovare le generazioni. Questo è stato il tema della presentazione del libro “Pochi bambini. Cinquant’anni di bassissima fecondità”, edito da Il Mulino, scritto da Gianpiero Dalla Zuanna, docente di Demografia dell’Università di Padova, e Asher Daniel Colombo, docente del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna. Fattori strutturali e culturali si intrecciano, determinando la prudenza delle coppie italiane nel decidere di avere un figlio o più.
La presentazione si è tenuta lunedì 24 ottobre nell’aula T.1 del Polo Zanotto ed è stata introdotta da Cristina Lonardi sociologa e referente Comunicazione e web del dipartimento di Scienze umane.
“Negli ultimi 15 anni l’Italia ha visto calare le nascite, da circa 550mila a 350mila – ha spiegato Dalla Zuanna -. Le cause scatenanti sono la diminuzione delle donne in età fertile e del numero di persone in coppia prima dei 35 anni, età dalla quale diventa più complesso avere figli. Un’altro motivo profondo di questa diminuzione deriva dal peso economico che avere dei figli comporta e che grava sulle spalle dei genitori. Sulla scelta di avere bambini pesano anche l’aumento del costo di mantenimento della casa e i redditi inferiori rispetto al passato”.
I dati odierni rispecchiano questa scelta e vedono un’inversione di tendenza rispetto ai secoli scorsi: sono le famiglie più abbienti ad avere un numero maggiore di neonati, preferendo stabilirsi nelle aree dei centri urbani, che possiedono una maggiore disponibilità di servizi. “Le persone vorrebbero avere figli – ha aggiunto Dalla Zuanna – come anche i ragazzi vorrebbero sposarsi. Ma ci si scontra sempre con la volontà di avere figli e l’effettiva possibilità di averli”. I bambini in Italia sono diventati un bene di lusso; a differenza del passato solo i partner che hanno i mezzi e le opportunità per vivere stabilmente in coppia e hanno un lavoro stabile e ben retribuito sono in grado di costruire una famiglia.
È intervenuta anche Debora Viviani, sociologa e referente per la Responsabilità sociale e docente del dipartimento di Scienze umane dell’Università di Verona, portando i saluti istituzionali della rettrice Chiara Leardini. “L’università deve essere un attore sociale attivo che, oltre a far conoscere la realtà, si impegna a diffondere quelle che sono le problematiche del territorio attraverso una lettura critica – ha commentato -. Presentiamo questo testo perché è necessario cambiare rotta. Per cui mettiamo a disposizione la ricerca scientifica per creare un dibattito che sia condiviso e che crei una cultura corresponsabile”.
Ha partecipato alla presentazione anche Marina Garbellotti, storica e docente del dipartimento di Culture e civiltà, esponendosi sull’evoluzione delle condizioni di natalità a partire dal sedicesimo secolo. Attraverso l’analisi dei mutamenti sociali, economici e culturali, uno sguardo retrospettivo permette di costruire un ponte che metta a confronto passato e presente. “Ciò che emerge è che la famiglia e l’essere genitore sono dei fenomeni dinamici ed estremamente adattabili, cambiando a seconda dei contesti – ha dichiarato Garbellotti -. Come per lo studio della storia bisogna imparare a conoscere, discernere e indagare per poter pensare a degli interventi migliorativi”.
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