Le rimesse degli immigrati non raccontano solo un fenomeno economico: sono uno specchio delle trasformazioni sociali, culturali e demografiche del territorio. Dietro ai quasi 170 milioni di euro inviati all’estero nel 2025 dai cittadini stranieri residenti nella provincia di Verona si leggono storie di integrazione, lavoro, legami familiari e appartenenze multiple. È da questa prospettiva che il Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona propone una riflessione sul rapporto tra migrazioni, inclusione e sviluppo locale. Un impegno che l’Ateneo porta avanti non solo attraverso la ricerca internazionale, ma anche con un’offerta formativa dedicata ai temi della pedagogia interculturale, dell’inclusione sociale e della formazione di professioniste e professionisti capaci di operare in contesti sempre più multiculturali.
I quasi 170 milioni di euro di rimesse che nel 2025 hanno sfiorato il record storico veronese – con Sri Lanka, India e Marocco in testa – non costituiscono un mero dato economico, bensì la spia di una storia d’insediamento ormai matura: catene migratorie radicate negli anni Ottanta e Novanta, seconde e terze generazioni, famiglie ricongiunte. Il denaro che parte verso Colombo, il Punjab o Casablanca racconta quanto questi cittadini siano stabilmente nel nostro territorio, e non ai suoi margini. La geografia del lavoro lo conferma: la comunità srilankese nelle attività di cura e nell’accoglienza, quella indiana – in larga parte sikh punjabi – colonna portante dell’agricoltura e della zootecnia – con i “bergamini” senza i quali non avremmo il latte dei nostri formaggi a denominazione –, quella marocchina tra manifattura, edilizia e logistica. Non un’occupazione “parallela”, ma una contaminazione produttiva reciproca. Il picco va però maneggiato con prudenza metodologica: segnala, insieme, maggiore stabilità – più contratti, redditi più continui, la tenuta di quei “Ddd jobs” (dirty, dangerous, demanding/demeaning) che reggono l’economia scaligera – e una natura controciclica, poiché i flussi crescono quando inflazione, crisi climatiche e instabilità politica colpiscono i Paesi d’origine. Va inoltre ricordato che le statistiche misurano i soli canali formali: il denaro che non compare non necessariamente non parte.
Da pedagogisti, come Centro studi interculturali dell’Università di Verona – fondato nel 1998 e diretto da Agostino Portera – poniamo al centro una tesi netta: l’invio di reddito all’estero non ostacola il radicamento; anzi: spesso lo rende possibile. L’identità non è un gioco a somma zero, ma un costrutto plurale, multidimensionale, cangiante: si possono mettere radici a Verona restando figli di Colombo, così come i veneti emigrati potrebbero non aver smesso di sentirsi tali. Il rischio non sta nel bonifico verso casa, ma nelle barriere che impediscono di radicarsi davvero: la casa introvabile, la cittadinanza tardiva, il mancato riconoscimento di titoli e competenze.
Su questo terreno, l’educazione, e segnatamente quella finanziaria, non può ridursi a un esercizio paternalistico in cui “noi” insegniamo “a loro”: dev’essere piuttosto un processo a doppio senso, di dialogo e mediazione interculturale, in cui anche le istituzioni imparano a leggere culture economiche differenti. Inclusione non è mai assimilazione: è scambio, ascolto, mutuo arricchimento. È questa la competenza interculturale – costrutto mai definitivamente acquisito – che orienta le nostre ricerche internazionali: Intracomp – Intercultural and transcultural competence through collaborative cultural expression (Horizon Europe), sulla competenza interculturale lungo l’arco della vita attraverso l’espressione culturale collaborativa; d@rts – Dialoguing@arts – Advancing cultural literacy for social inclusion through dialogical arts education (Horizon Europe), sulla cultural literacy come leva d’inclusione sociale; Meteor – Methodologies for teamworking in eco-outwards research (Horizon Europe), che forma dottorande e dottorandi e giovani ricercatrici e ricercatori alle competenze interculturali e trasversali. Riconoscere le rimesse come segno di radicamento, e non di estraneità, è il primo passo per costruire una società più equa, inclusiva e resiliente.
Marta Milani
Docente di Pedagogia generale e sociale, Università di Verona – Centro Studi Interculturali
























