Il premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2026 è stato assegnato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e sull’optogenetica. Un riconoscimento che affonda le sue radici anche nello studio delle microalghe. Ne parliamo con Matteo Ballottari, prorettore alla Intervista a Matteo Ballottari, fisiologo vegetale e prorettore alla Valorizzazione delle conoscenze per la società dell’Università di Verona e docente di Fisiologia vegetale che ha collaborato con Hegemann e da anni studia questi microrganismi fotosintetici.
Professore, come ha accolto la notizia del Nobel a Peter Hegemann?
Sono molto contento. Conosco bene Peter Hegemann e ho avuto anche la possibilità di collaborare con lui alcuni anni fa. È uno dei principali scienziati che studiano le microalghe e, in particolare, Chlamydomonas reinhardtii, uno degli organismi modello utilizzati in questo campo.
Può sembrare sorprendente che lo studio delle microalghe conduca a un Nobel per la medicina. Qual è il legame?
Il punto di partenza è capire come le microalghe rispondono alla luce. Per questi microrganismi la luce non rappresenta soltanto una fonte di energia necessaria alla fotosintesi, ma costituisce anche un segnale proveniente dall’ambiente. Gli studi di Hegemann hanno contribuito a comprendere come le cellule possano rispondere a questo segnale.
Da queste ricerche nasce l’optogenetica. Di che cosa si tratta?
Le conoscenze acquisite studiando gli organismi fotosintetici sono state trasferite alle cellule animali. È nata così l’optogenetica, che permette, in sostanza, di modificare e controllare mediante la luce la risposta di determinate cellule. È un esempio significativo di come una ricerca nata dallo studio di organismi molto diversi dall’uomo possa trovare applicazioni in campo biomedico.
Qual è il rapporto tra queste ricerche e quelle condotte all’università di Verona?
Il mio gruppo studia le microalghe da più di 15 anni. Ci siamo occupati soprattutto della loro capacità di utilizzare la luce per produrre biomassa e molecole di interesse. Negli ultimi anni abbiamo concentrato l’attenzione anche sulla luce come segnale ambientale e sui meccanismi attraverso i quali le cellule ne interpretano qualità e quantità. Capire come una cellula traduce le condizioni dell’ambiente esterno in una risposta interna permette di intervenire sui suoi meccanismi di adattamento. Possiamo quindi modificare quelle fotosintetiche per renderle più capaci di adattarsi e sopravvivere in condizioni ambientali differenti.
Quali risultati può produrre questo approccio?
Abbiamo già ottenuto risultati che ci consentono di migliorare sia la qualità sia la quantità delle molecole prodotte dalle microalghe. Questi organismi possono essere utilizzati come vere e proprie “biofabbriche”: ricevono stimoli e risorse dall’ambiente e li sfruttano per produrre molecole di interesse. Il Nobel mostra anche quanto lo studio dei meccanismi fondamentali della vita possa aprire strade inizialmente difficili da prevedere.
Sara Mauroner
























