Che cosa succede a uno scarpone da sci quando non viene più utilizzato? La risposta è meno semplice di quanto sembri. Ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 3 milioni di paia di scarponi da sci e l’Italia conserva un ruolo importante in questo settore, anche grazie alle competenze concentrate nel distretto dello Sportsystem veneto.
Un gruppo di ricerca del dipartimento di Management, coordinato da Ivan Russo con la collaborazione di Lorenzo Prataviera e Sara Toniolo, sta studiando come organizzare una possibile filiera circolare per gli scarponi da sci. Il lavoro si svolge nell’ambito del protocollo d’intesa promosso dalla Regione del Veneto per favorire l’economia circolare nei settori produttivi regionali, in collaborazione con le Università di Padova e Ca’ Foscari. L’iniziativa, finanziata dalla Regione Veneto, è inserita nel Tavolo per l’Economia Circolare, istituito a livello regionale e composto da Arpav, Unive, Univr e Unipd.
“Le implicazioni ambientali legate alla produzione e all’utilizzo di questi prodotti richiedono tuttavia un’attenzione particolare, soprattutto quando gli scarponi arrivano a fine vita – commenta Sara Toniolo –. Riportarli all’interno di un ciclo produttivo richiede infatti un processo di recupero capace di riciclarli, garantendo anche il rispetto della legislazione ambientale applicabile in materia di rifiuti. Un singolo prodotto può contenere circa 120 componenti, tra plastiche differenti, metalli, schiume e tessuti. Separare questi materiali, conservarne il valore e indirizzarli verso nuovi utilizzi richiede quindi una supply chain che funzioni anche “al contrario” e sia in grado di chiudere il cerchio. Esperienze già sviluppate nel settore mostrano che, attraverso processi dedicati, può essere recuperato fino a circa l’85% del peso dello scarpone”.
L’obiettivo è studiare le condizioni necessarie per sviluppare una possibile “Recycling Valley” dello Sportsystem: una filiera organizzata capace di raccogliere i prodotti usati, recuperarne materiali e componenti e reinserirli nell’economia.
“Il processo di recupero, tuttavia, è soltanto una parte della soluzione – aggiunge Lorenzo Prataviera -. Il progetto coinvolge produttori, negozi, noleggiatori, operatori logistici, riciclatori, istituzioni e consumatori, intesi come parti integrate e interconnesse di uno stesso sistema. Bisogna infatti decidere dove raccogliere i prodotti, chi li trasporta, quando conviene consolidare logisticamente i volumi, quali impianti coinvolgere e, soprattutto, chi deve sostenere costi e responsabilità”.
Il gruppo di ricerca ha iniziato a ricostruire questa rete attraverso analisi documentali, studio della normativa e interviste con diversi attori dello Sportsystem.
“Tra i primi risultati del progetto emerge con chiarezza un elementi – spiega Ivan Russo – la circolarità è anche un problema di coordinamento. Non basta poter riciclare un materiale. Servono volumi sufficienti, flussi logistici prevedibili, informazioni sui prodotti e regole condivise. Occorre valutare, per esempio, quanti punti di raccolta attivare, se utilizzare hub intermedi, quanto centralizzare le attività e quali informazioni rendere disponibili per stabilire se un prodotto possa essere riutilizzato, disassemblato o riciclato.
Diverse questioni restano ancora aperte. In particolare, il progetto dovrà approfondire i possibili modelli di governance e di collaborazione tra imprese, il coordinamento tra pubblico e privato e il ruolo che consorzi e strumenti digitali potrebbero svolgere nella gestione e nella tracciabilità dei flussi. Sono problemi molto concreti, ma anche esempi di ciò che significa oggi affrontare la crescente necessità di rafforzare la circolarità e la sostenibilità complessiva delle catene di fornitura.
“Questi temi sono ampiamente trattati all’interno del corso di laurea magistrale in Supply Chain Management dell’Università di Verona, con l’obiettivo di costruire le competenze necessarie per progettare le reti logistiche, gestire i flussi di ritorno, coordinare le imprese e interpretare le trasformazioni già in corso nel mondo produttivo – conclude Ivan Russo -. Perché la supply chain del futuro non dovrà soltanto portare un prodotto fino al cliente. Dovrà anche sapere che cosa farne quando quel prodotto torna indietro”.

























