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Inglese: lingua della comunicazione globale per tutti, ma per gli italiani?

Gli italiani e l'inglese: un rapporto conflituale destinato alla pace

di univr
6 Aprile 2010
in Attualità
Roberta Facchinetti

Roberta Facchinetti

Gira voce che gli italiani non siano bravissimi a parlare inglese, e spesso il mondo intero si diverte a scherzare al riguardo. Facendo una ricerca su www.youtube.com ci sono molti video in cui gli italiani dimostrano di non saper parlare la lingua straniera. E si aggiunge in questi giorni pure uno spot di una famosa compagnia telefonica dove un noto calciatore non sa rispondere ad una turista che chiede informazioni in inglese. Le cose stanno proprio così? Ne abbiamo parlato con Roberta Facchinetti, docente di Inglese dell'ateneo.

Trova che la conoscenza della lingua inglese sia ancora un’utopia per gli italiani?
“Non si tratterebbe di ‘utopia’ se si insegnasse ed imparasse la lingua con serietà. L’inglese non è una lingua lontana dalle capacità linguistiche italiane, anzi, è strutturalmente più semplice di altre lingue, quali ad esempio il francese ed il tedesco. Occorrerebbe però un impegno ad ampio raggio e congiunto da parte di tutti. Penso ad esempio alla possibilità di prevedere canali televisivi e radiofonici regolarmente e liberamente accessibili in lingua inglese – non solo tramite decoder, penso all’importanza di parlare in lingua straniera quando la si insegna nelle aule scolastiche ed universitarie, penso alla necessità di acquisire regole e strutture con costanza ed impegno”.

Crede che il problema nasca già nella scuola primaria e secondaria?
“Il problema coinvolge anche – ma non solo – la scuola primaria e secondaria. Per quanto riguarda la prima, è necessario che vengano impiegati insegnanti competenti, persone che conoscono veramente la lingua straniera; in caso contrario si rischia di trasmettere errori di pronuncia – e non solo – che sarà difficile sradicare in seguito. Per quanto riguarda la seconda, la diminuzione di ore curriculari destinate alla lingua straniera in alcuni ordini di scuola certo non aiuta. Tuttavia, la questione più importante non è forse quanto si insegna, bensì come si insegna. Un insegnamento della lingua inglese gestito tutto in lingua italiana, centrato esclusivamente sulla conoscenza delle regole grammaticali – per quanto siano indubbiamente fondamentali – e poco o nulla sulle capacità comunicative rischia di non aiutare l’apprendimento di uno studente. Non solo: se si leggessero regolarmente quotidiani inglesi in classe, se si seguissero dibattiti o notiziari alla radio o alla televisione in lingua inglese, in altre parole se si uscisse dalla struttura asettica della scuola per dare spazio alla lingua nel suo contesto, lo studente sarebbe decisamente molto più stimolato all’acquisizione della lingua. Questo vale per l’inglese ed anche per qualsiasi lingua straniera”.

Come si trova con le matricole? Ci sono stati miglioramenti negli ultimi anni?
“Insegnando a Scienze della Comunicazione ho notato un lento, ma graduale miglioramento della situazione soprattutto negli ultimi tre anni. Parecchi studenti ora iniziano il corso con competenze già a livello avanzato, merito di un periodo trascorso all’estero o anche, occorre dirlo, dell’ottimo insegnamento impartito da alcune scuole superiori. In generale noto che gli studenti nel complesso riescono a seguirmi meglio ed ho potuto così approfondire alcuni aspetti della lingua inglese, quali ad esempio alcune peculiarità del linguaggio giornalistico e politico, che sarebbe stato più difficile gestire negli anni precedenti. Quindi nel complesso sono soddisfatta del graduale miglioramento del livello degli studenti del primo anno”.

Allo stesso tempo sembra che parlare italiano non sia più fashion, lo dimostrano i media che sono pieni in inglesismi: ma come mai con una esplosione tale degli usi di parole ed espressioni inglesi noi restiamo indietro?
“Un conto è conoscere alcuni termini di un’altra lingua, un altro è saper sostenere una conversazione. L’inglese è la lingua veicolare a livello internazionale per eccellenza e, soprattutto nell’ambito commerciale e dei mass media, ha ormai invaso il mondo nella sua globalità. Ciò che auspico è un cambio sostanziale di mentalità grazie al quale si riesca a sradicare una certa forma di provincialismo che ci lascia ancorati alla nostra lingua madre, pur bella che sia, e ci permette di comprendere che la conoscenza e competenza in una nuova lingua è un’ulteriore porta aperta sul mondo, una porta che ci rende più autonomi e competitivi a livello lavorativo e non solo”.

Come si immagina il futuro?
“Più che immaginare, io spero. Spero in un futuro – mi auguro non troppo lontano – in cui ogni italiano medio conosca non una, bensì due lingue straniere, perché anche l’inglese da solo non basta per allargare i nostri orizzonti; spero in un futuro in cui i nostri rappresentanti istituzionali siano i primi a dare il buon esempio e non abbiano più bisogno di traduttori quando si trovano in congressi internazionali in lingua inglese; spero in un futuro in cui quando uno straniero giunge in Italia e pone una domanda in lingua inglese non si trovi di fronte lo sguardo smarrito del suo interlocutore italiano, ma riceva una pronta risposta data con semplicità e competenza; spero in un futuro in cui il turista italiano all’estero non si senta perso quando si trova senza guida o dizionario, ma sappia muoversi con sicurezza in qualsiasi contesto che richieda una semplice interazione comunicativa. È una speranza che, con le dovute misure applicate con serietà, coerenza e costanza, può trasformare un futuro incerto in un dinamico presente. Tutto dipende da noi”.

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