Fusioni, acquisizioni e nuovi equilibri ridisegnano il sistema bancario italiano, con effetti che vanno ben oltre gli assetti finanziari e coinvolgono imprese, famiglie e territori. Comprendere queste trasformazioni significa sviluppare competenze economiche, manageriali e finanziarie capaci di leggere la complessità dei mercati e i loro impatti sull’economia reale: un obiettivo che caratterizza l’offerta formativa dell’area Economia e Management dell’Università di Verona. In questo editoriale, Laura Chiaramonte, professoressa ordinaria di Economia degli Intermediari Finanziari e direttrice del dipartimento di Management, analizza il cosiddetto “risiko bancario”, mettendone in luce opportunità, rischi e implicazioni per il futuro del sistema creditizio e del tessuto produttivo italiano.
Da diversi mesi si sente parlare sempre più spesso di “risiko bancario”, termine che richiama il celebre gioco da tavolo nel quale ogni partecipante cerca di conquistare nuovi territori tramite strategie fatte di alleanze, tradimenti e colpi di scena. Nel mondo bancario, il concetto è simile. Le banche attraverso operazioni di fusioni e acquisizioni cercano di rafforzare la propria posizione al fine di aumentare dimensioni, efficienza e quote di mercato. Quasi ogni giorno nel settore bancario italiano si assiste ad una nuova mossa, una nuova alleanza, una nuova contromossa; da una parte Intesa Sanpaolo, dall’altra Banco BPM, poi MPS, Mediobanca, Generali, Unipol, BPER.
L’obiettivo dichiarato è creare banche più grandi, capaci di competere in un mercato sempre più concentrato e di affrontare le sfide poste dalla digitalizzazione e dall’aumento dei costi operativi. Ma dietro questa corsa alle dimensioni si nasconde una domanda centrale: chi ci guadagna davvero? Quali sono gli effetti su famiglie, imprese, risparmiatori e territorio?
Da un lato, la dimensione può essere utile. Le banche si caratterizzano infatti per costi fissi elevati: tecnologia, compliance, vigilanza, reti territoriali. Di conseguenza crescere, può consentire alle banche protagoniste di fusioni e acquisizioni di realizzare economie di scala, abbassare i costi medi ed essere più efficienti. Dall’altro lato, però, non sempre “più grande è bello” o “più grande è sinonimo di migliore”. Si pensi, per esempio, alla lezione della crisi dei mutui subprime del 2007-2008 che ha evidenziato come la dimensione di una banca sia pericolosa se diventa “Too Big To Fail” (ovvero troppo grande per fallire) in quanto aumenta l’azzardo morale, come conseguenza dell’assunzione di maggiori rischi da parte dei manager, creando le condizioni per le grandi crisi finanziarie.
Non solo, il risiko bancario (ovvero la continua fusione e acquisizione tra banche) determinando la creazione di grandi gruppi a scapito degli istituti più piccoli, rischia al tempo stesso di impoverire la biodiversità bancaria perché riduce la varietà degli attori sul mercato. E, a sua volta, un sistema finanziario composto principalmente da grandi banche, può risultare meno vicino al territorio e quindi meno capace di rispondere a bisogni differenti da parte di famiglie e imprese. Quando infatti il numero delle banche diminuisce, il timore è che una concentrazione eccessiva possa ridurre la concorrenza. Meno operatori sul mercato significa, quindi, un minor numero di interlocutori per cittadini e imprese, con il rischio di condizioni meno vantaggiose su mutui, prestiti e servizi. A preoccupare è soprattutto il destino delle piccole e medie imprese (PMI), che rappresentano l’ossatura del tessuto produttivo italiano e che hanno costruito il proprio sviluppo grazie al rapporto diretto con banche radicate sul territorio, ovvero principalmente tramite le banche di credito cooperativo (BCC), capaci di conoscere le caratteristiche economiche locali delle PMI. La nascita di gruppi sempre più grandi tramite fusioni e acquisizioni potrebbe, di conseguenza, rendere questo rapporto più impersonale e standardizzato.
L’attuale dibattito economico evidenzia, quindi, come la tutela della biodiversità bancaria sia essenziale non solo per la concorrenza, ma anche per la stabilità finanziaria, poiché la presenza di intermediari diversificati protegge l’economia reale dagli shock sistemici. Infatti, come negli ecosistemi la varietà rende l’ambiente più stabile e capace di adattarsi ai cambiamenti, anche l’economia trae beneficio dalla coesistenza di banche con dimensioni, modelli di business e missioni differenti. Grandi gruppi e banche di prossimità (come le BCC e le banche popolari) svolgono infatti funzioni diverse e rispondono a bisogni differenti. Un sistema finanziario dominato da pochi operatori rischierebbe di diventare più fragile e meno capace di sostenere l’economia reale.
La vera sfida, quindi, consiste nel garantire un sistema più plurale ed equilibrato dove accanto ai grandi gruppi, più sensibili alla ricerca del proprio profitto, restino anche le banche locali, più attente invece alle esigenze del territorio e per questo in grado di garantire un sistema bancario più inclusivo e vicino alle esigenze di cittadini e imprese.
Laura Chiaramonte
Docente di Economia degli intermediari finanziari e direttrice del dipartimento di Management




























