Può un percorso all’interno di un museo contribuire al benessere psicologico? E quale ruolo possono assumere l’arte e i luoghi della cultura nella promozione della salute mentale? Sono domande che guidano il nostro lavoro e che, negli ultimi anni, hanno acquisito crescente rilievo nella ricerca scientifica e nel dibattito sulla salute pubblica. Numerosi studi indicano che la partecipazione ad attività artistiche e culturali può associarsi a una riduzione dello stress e dell’ansia, a un miglioramento dell’umore e a una maggiore qualità della vita. Anche la stampa nazionale ha recentemente richiamato l’attenzione sulle possibili relazioni tra frequentazione dei luoghi della cultura, benessere psicologico e salute.
In diversi Paesi si stanno inoltre diffondendo esperienze di “social prescribing”, nelle quali medici e servizi territoriali orientano le persone verso attività culturali e sociali che possono contribuire a contrastare la solitudine, l’isolamento e alcune forme di disagio psicologico. Il museo viene così considerato non soltanto come luogo di conservazione e conoscenza, ma anche come spazio di relazione, partecipazione e inclusione, potenzialmente capace di affiancare le tradizionali strategie di promozione della salute.
È in questo scenario che si colloca Minerva – Museum, Innovation, Neurosciences: Effects of and Reactions to the Value of Art, il progetto che abbiamo sviluppato dalla sezione di Psichiatria dell’Università di Verona, sede del Centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità per la ricerca e la formazione in salute mentale, insieme a Palazzo Maffei casa museo – Fondazione Carlon.
La prima esperienza di Minerva è stata descritta nell’articolo scientifico From art to mental health: exploring the impact of a museum-based intervention on psychological well-being, pubblicato nel 2025 sulla rivista internazionale Frontiers in Psychology.
Lo studio ha coinvolto 103 persone adulte in un itinerario strutturato attraverso le sale di Palazzo Maffei. Il percorso comprendeva tre incontri settimanali, ciascuno della durata di circa un’ora, dedicati rispettivamente al dialogo tra antico e moderno, alle relazioni tra arte e scienza e al rapporto tra esperienza artistica e benessere psicologico. Le visite, guidate da storiche dell’arte, invitavano i partecipanti non soltanto a osservare le opere, ma anche a riflettere, confrontarsi e condividere le proprie interpretazioni.
Prima e dopo il percorso sono stati valutati il disagio psicologico, i sintomi ansiosi e depressivi e il benessere percepito. Al termine dei tre incontri sono stati osservati miglioramenti statisticamente significativi in tutti gli indicatori considerati.
La percentuale di partecipanti con disagio psicologico è passata dal 67% al 56%. La quota di persone con ansia moderata o grave si è dimezzata, passando dal 13,6% al 6,8%, mentre la presenza di sintomi depressivi da moderati a gravi è diminuita dall’8,8% al 4,8%. Parallelamente, la percentuale di partecipanti con un livello elevato di benessere psicologico è aumentata dal 34% al 50%. I miglioramenti più evidenti sono stati osservati nella fascia di età compresa tra i 41 e i 60 anni.
Il percorso ha mostrato anche un’elevata capacità di coinvolgimento: il 97% dei partecipanti si è dichiarato soddisfatto, il 98% lo ha giudicato interessante, l’89% appropriato rispetto ai propri bisogni e il 97% accessibile e facile da seguire.
La ricerca più recente suggerisce che i possibili benefici di una visita al museo non dipendano soltanto dalla contemplazione della bellezza. Possono entrare in gioco diversi elementi: la possibilità di prendere temporaneamente le distanze dalle preoccupazioni quotidiane, l’attivazione dell’attenzione e della curiosità, la regolazione delle emozioni, la stimolazione della memoria, la costruzione di nuovi significati e l’incontro con altre persone.
L’esperienza museale può quindi coinvolgere contemporaneamente dimensioni estetiche, cognitive, emotive e sociali. Recenti studi condotti in contesti museali hanno rilevato miglioramenti dell’umore e riduzioni dell’ansia, iniziando a esplorare anche i meccanismi neurofisiologici associati alla risposta individuale. Altre ricerche, rivolte in particolare alle persone anziane, mostrano come anche le visite virtuali possano favorire emozioni positive, partecipazione e soddisfazione per la propria vita, contribuendo a superare alcune barriere di accesso alla cultura.
Questi risultati aiutano a comprendere l’originalità di Minerva: non una semplice visita al museo, ma un percorso strutturato, guidato e partecipativo, progettato per favorire osservazione, riflessione, dialogo e condivisione.
I risultati raggiunti non rappresentano un punto di arrivo, ma l’inizio di un programma di ricerca più ampio. Il primo studio non prevedeva un gruppo di controllo e ha misurato gli esiti soltanto nell’immediato. Non consente quindi di stabilire con certezza un rapporto di causa ed effetto tra la partecipazione al percorso e i cambiamenti osservati. Fornisce tuttavia una base concreta per progettare studi più rigorosi, comprendere quali componenti dell’esperienza museale producano maggiori benefici e individuare le persone che possono trarne il vantaggio più significativo.
Tra gli sviluppi futuri vi è la progettazione di studi randomizzati e controllati, con valutazioni anche a distanza di tempo. Una prospettiva ulteriore è rappresentata dalla costruzione di una rete multicentrica che coinvolga musei e fondazioni culturali in Italia e in altri Paesi europei, mantenendo presso l’Università di Verona il coordinamento scientifico e metodologico.
Studieremo l’impatto dell’arte sulla salute mentale in popolazioni diverse, con particolare attenzione alle condizioni di fragilità. Questo significa coinvolgere anche persone con disturbi psichiatrici, attraverso percorsi costruiti insieme ai servizi di salute mentale e alle istituzioni culturali. Sarà importante osservare non soltanto l’andamento dei sintomi, ma anche la qualità della vita, le relazioni sociali, il senso di appartenenza, l’autostima e la possibilità di partecipare pienamente alla vita della comunità.
In questa prospettiva, il museo non sostituisce i trattamenti psicologici, farmacologici o riabilitativi, ma può diventare uno spazio complementare di ascolto, incontro e inclusione. Un ambiente non stigmatizzante, nel quale la persona non è definita dalla diagnosi, ma può avvicinarsi alle opere, condividere emozioni e costruire nuovi significati. La ricerca dovrà aiutarci a comprendere come rendere questi interventi accessibili, sostenibili e integrabili nei percorsi di cura.
Un primo passo in questa nuova direzione è già in programma. Il prossimo 10 ottobre, in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, un gruppo di persone seguite dal Centro di salute mentale afferente all’unità operativa di Psichiatria dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata parteciperà a un percorso a Palazzo Maffei.
Non sarà soltanto una visita, ma un’occasione per affermare che la cultura è un bene condiviso e che i luoghi dell’arte possono contribuire alla costruzione di comunità più inclusive e accoglienti.
Portare la salute mentale anche fuori dagli spazi sanitari significa contrastare l’isolamento e il pregiudizio. L’incontro tra università, azienda ospedaliera, servizi di salute mentale, musei e cittadinanza può aprire nuove possibilità di ricerca, partecipazione e cura.
Perché l’arte non offre risposte semplici e non sostituisce i trattamenti, ma può aiutarci a riconoscere le emozioni, costruire relazioni e immaginare modi diversi di stare bene insieme.
Corrado Barbui, docente di Psichiatria e direttore del Centro Oms per la ricerca in salute mentale Univr
Michela Nosé, docente di Psichiatria e responsabile del progetto Minerva



























