Un intervento psicologico semplice e accessibile può fare la differenza anche in uno dei contesti più complessi al mondo: la Striscia di Gaza. È quanto emerge da una recente ricerca pubblicata su The Lancet Regional Health – Europe che ha analizzato l’implementazione del programma Self-Help Plus (SH+) dell’Organizzazione mondiale della sanità in quel territorio.
Il primo autore dello studio è Yasser Abujamei, psichiatra palestinese e direttore generale del Gaza Community Mental Health Programme, la principale organizzazione non governativa palestinese impegnata a fornire servizi di salute mentale nella Striscia di Gaza. Nel 2024 Abujamei è arrivato all’Università di Verona, dove oggi prosegue la sua attività di ricerca al dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento diretto da Corrado Barbui. Il suo lavoro si è concentrato negli anni sull’impatto della violenza sulla salute fisica e psicologica delle bambine e dei bambini e dei loro tutori, oltre che sul legame tra salute pubblica e diritti umani.
Lo studio, che ha visto impegnati, oltre a Yasser Abujamei, i ricercatori del dipartimento Federico Tedeschi, Marianna Purgato, Giulia Turrini e Corrado Barbui, è stato condotto all’inizio del 2023 e ha coinvolto persone esposte a eventi traumatici legati al conflitto. Su 212 individui valutati, 177 hanno soddisfatto i criteri di inclusione e sono stati organizzati in gruppi distinti per genere e area geografica. La partecipazione è stata elevata e i risultati mostrano un dato significativo: la grande maggioranza dei partecipanti ha considerato l’intervento accettabile, appropriato e concretamente realizzabile.
Ma è sul piano degli effetti che il programma SH+ mostra il suo potenziale. I livelli di benessere psicologico sono aumentati in modo marcato dopo l’intervento, mentre si è registrata una riduzione dei livelli di disabilità e dei sintomi legati a depressione, ansia e stress. Indicatori che suggeriscono come anche strumenti relativamente semplici possano produrre benefici tangibili in contesti segnati da traumi continui.
La fase pilota della ricerca apre prospettive importanti. Il modello SH+, già pensato per essere replicabile su larga scala, potrebbe diventare uno strumento chiave per affrontare le conseguenze psicologiche della guerra, offrendo un supporto concreto a popolazioni che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità. In territori come Gaza, dove l’accesso ai servizi sanitari è limitato e la domanda di assistenza è altissima, soluzioni di questo tipo potrebbero rappresentare una risposta praticabile e immediata.
“Come clinico e ricercatore, sono profondamente incoraggiato dai risultati di questo studio pilota sul programma WHO Self-Help Plus (SH+) nella Striscia di Gaza – afferma Yasser Abujamei –. Nonostante il contesto estremamente difficile, i partecipanti hanno aderito al programma e lo hanno valutato come accettabile, appropriato e fattibile. Ciò che è significativo è il chiaro miglioramento del benessere psicologico, insieme alla riduzione del disagio, della disabilità e dei sintomi di depressione, ansia e stress. Questi risultati dimostrano che anche in contesti di avversità persistente, interventi psicologici scalabili possono produrre effetti concreti”. “Sono risultati importanti – aggiunge Corrado Barbui – che rafforzano l’importanza di investire in un supporto per la salute mentale accessibile alle popolazioni colpite da conflitti. Sebbene resti ancora molto da fare, SH+ rappresenta un passo concreto e promettente verso la riduzione della sofferenza psicologica e il rafforzamento della resilienza nella Striscia di Gaza, quando le condizioni lo consentiranno”.
Sara Mauroner
























