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Istruire le difese con l’mRna: dalle infezioni ai tumori, fino alle malattie autoimmuni

L’editoriale dell’immunologo Stefano Ugel

di Elena Melis
18 Settembre 2026
in Ricerca e innovazione
Photo credits: @jason - Adobestock

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Continua la serie di editoriali per fare il punto su ” mRna, dalla ricerca sui vaccini alle nuove frontiere della medicina personalizzata“. Dopo quello scritto dal biologo molecolare Donato Zipeto dal titolo “Scrivere istruzioni per le cellule, l’mRna diventa una piattaforma programmabile per vaccini e immunoterapia” ora è la volta dell’immunologo Stefano Ugel che ci spiega come istruire le difese del nostro corpo con l’mRna.

Per decenni l’mRna è sembrato una promessa difficile da tradurre in terapia. Poi, in pochi mesi, è diventato il cuore della vaccinazione contro Sars-Cov-2, portando in pratica clinica una tecnologia sviluppata in anni di ricerca. Oggi la stessa piattaforma può esser progettata per prevenire le infezioni, attivare le risposte contro i tumori e modulare le patologie autoimmuni.

Il sistema immunitario deve riconoscere ed eliminare ciò che è estraneo all’organismo, distinguendolo dal self. Un ruolo centrale è svolto dalle cellule presentanti l’antigene (Apc) che processano e presentano l’antigene ai linfociti T. Possono quindi attivare i linfociti e promuovere una risposta specifica e una memoria immunologica, oppure mantenerne sotto controllo l’attività e favorire la tolleranza quando il pericolo è passato. Sono, in questo senso, il “semaforo” del sistema immunitario e rappresentano uno dei principali bersagli dei vaccini a mRna.

Dall’oncologia al Covid-19: il viaggio dell’mRna che ha cambiato la medicina

I vaccini possono così essere considerati una sorta di “simulazione controllata” dell’infezione: forniscono al sistema immunitario le informazioni necessarie per riconoscere il patogeno, inducendo una risposta protettiva senza esporre l’organismo ai rischi dell’infezione naturale. A differenza dei vaccini convenzionali, che presentano direttamente il patogeno o alcune delle sue componenti, i vaccini a mRna forniscono alle cellule le istruzioni per produrre temporaneamente l’antigene. La piattaforma è programmabile: modificando la sequenza dell’mRna si può cambiare la proteina prodotta, mantenendo in larga parte invariato il processo di fabbricazione.

Per rendere possibile questa tecnologia è stato necessario superare la fragilità dell’mRna e facilitarne l’ingresso nelle cellule. Come ha spiegato Donato Zipeto – docente di Biologia molecolare del dipartimento di Neuroscienze biomedicina e movimento Univr – nel primo editoriale, le nanoparticelle lipidiche proteggono la molecola e ne favoriscono il rilascio nel citoplasma. A differenza del Dna, l’mRna agisce direttamente nel citoplasma e viene poi degradato. I vaccini contro Sars-Cov-2 hanno rappresentato il primo impiego dell’mRna su scala globale.

Ma i vaccini a mRna non sono nati con il Covid-19. La ricerca oncologica ne è stata uno dei primi ambiti di sviluppo. Nel 2016, un lavoro pubblicato su Nature dal gruppo di Uğur Şahin, cofondatore di Biontech, ha dimostrato la possibilità di veicolare l’mRna alle Apc e di attivare risposte immunitarie contro antigeni condivisi del melanoma. Nel carcinoma pancreatico, studi pubblicati su Nature nel 2023 e nel 2025 dal gruppo di Vinod P. Balachandran hanno mostrato che vaccini personalizzati basati sui neoantigeni possono attivare linfociti T specifici e longevi. Nell’agosto 2026, le aziende farmaceutiche Moderna e Merck hanno annunciato che il trial di fase 3 Interpath-001, ha raggiunto i suoi obiettivi principali nel melanoma. La combinazione tra il vaccino personalizzato a mRna e pembrolizumab ha mostrato un miglioramento della sopravvivenza libera da recidiva e da metastasi a distanza. I dati completi saranno prossimamente sottoposti alla valutazione della comunità scientifica: un risultato che potrebbe segnare una svolta nell’immunoterapia oncologica personalizzata.

La potenzialità dei vaccini a mRna invertiti nel controllo delle patologie autoimmuni.

La stessa tecnologia può essere utilizzata anche in senso opposto. I vaccini a mRna “invertiti” mirano a riprogrammare le Apc affinché presentino antigeni del self in modo tollerogenico, riducendo selettivamente le risposte autoreattive.

All’interno della sezione di Immunologia dell’Università di Verona – guidata da Vincenzo Bronte, docente del dipartimento di Medicina – Stefano Ugel, docente di Patologia generale, coordina un filone di ricerca in questa direzione, sviluppato anche grazie alla collaborazione pluriennale con Biontech e a un brevetto congiunto. Le prime evidenze nei modelli di encefalomielite autoimmune sperimentale (Eae), utilizzati per studiare la sclerosi multipla, e nei modelli di malattia del trapianto contro l’ospite sono incoraggianti.

Il progetto veronese si è inserito inizialmente nel percorso che ha portato, nell’ambito del Pnrr, alla nascita del centro nazionale per lo sviluppo di terapie geniche e a base di Rna, di cui l’Università di Verona è stata uno degli enti fondatori, e oggi è sostenuto dalla Fondazione italiana sclerosi multipla (Fism/Aism) e dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro.

La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa capacità di riprogrammazione in trattamenti sicuri, selettivi e personalizzati, basati sulle caratteristiche biologiche e immunologiche della malattia e del singolo paziente. La domanda, ormai, non è più se sarà possibile utilizzare questi trattamenti nella pratica clinica, ma quando.

 

Stefano Ugel

Professore di Patologia generale della sezione di Immunologia del dipartimento di Medicina Univr

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