Per un tempo forse troppo lungo Dante Alighieri è rimasto incatenato a una fruizione che potremmo definire scolastica. Punto di riferimento di accigliati programmi ministeriali, è stato offerto agli studenti del liceo e più in generale degli istituti superiori attraverso una frequentazione obbligatoria, che prevedeva solitamente la lettura più o meno ampia del capolavoro della Commedia e, nei casi più fortunati, di qualche stralcio delle opere minori. Lettura, beninteso, accompagnata da una mole così imponente di note esegetiche a piè pagina che, non di rado, colui che doveva essere l’autore più amato ha finito col diventare – fatta eccezione per gli studenti nati con la vocazione per la letteratura – l’autore meno capito e meno tollerato.
La categoria di classico intesa nel senso appena esposto – e non in quello così ricco di implicazioni fruttifere come dovrebbe essere – comincia a essere intaccata sul versante performativo e cinematografico. I primi passi prudenti risalgono all’inizio degli anni novanta con la lettura del poema di Vittorio Gassman e con quella, scientificamente più avveduta, di Vittorio Sermonti (affiancato dal filologo Gianfranco Contini). Il buon successo dell’operazione facilita le celebri lecturae, in TV ma anche in piazza, di Roberto Benigni, cui si deve una sensibile ripresa di interesse anche in vista del doppio anniversario 2015/2021.
La fama del poeta viene prepotentemente rilanciata dal celeberrimo Inferno di Dan Brown (in Italia nel 2013 da Mondadori). Quasi contemporanea è la biografia dantesca di Marco Santagata il cui titolo (Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori 2012-13) e la cui impostazione tipografica (le note tutte in fondo al testo) offrono al pubblico una vita del poeta che rompe con la classica tradizione filologico-erudita. A ridosso del 2021 giungono finalmente le molteplici iniziative divulgative (conferenze, letture, podcast) dello storico Alessandro Barbero, capace di coniugare serietà scientifica e movenze da performance teatrale. Anche nel solco della tradizione di studi più consolidata, dunque, emergono piano piano proposte nuove e dal carattere più aperto.
Le novità più interessanti però investono soprattutto le arti figurative e puntano alla categoria del Dante Pop. La Princeton University inaugura corsi universitari e un intero sito web dedicato al tema (Topics in Medieval Italian Literature and Culture: Dante Pop: The Divine Comedy in Popular Culture). Compaiono i primi fumetti e manga (memori del disneyano Inferno di Topolino, riproposto da Panini nel 2021), le prime Graphic e Visual Novels, i primi esperimenti di giochi interattivi. Un esempio interessante, in Italia, è rappresentato dall’edizione della Commedia illustrata dal celebre fumettista Gabriele Dell’Otto. È un’opera che al tradizionale testo commento affianca tavole dalle fortissime tinte drammatiche e dagli intensi chiaroscuri.
Non poteva mancare, da ultima, la categoria dei social media. Le principali piattaforme (TikTok, YouTube, Instagram) alternano pillole video, storytelling, incursioni tematiche ora di carattere genricamente linguistico ora di tenore più ameno. Su questo punto occorre però essere molto chiari: se è vero che, come il già citato caso di Dan Brown, queste iniziative hanno il merito di espandere l’interesse per la figura e l’opera di Dante e di coinvolgere potenzialmente un numero più ampio di frequentatori, è altrettanto vero che i materiali sono spesso di livello assai modesto sia per qualità sia per contenuti. Una rapida esplorazione su Youtube mostra chiaramente come i 20 video più popolari consistano nella spiegazione di videogame o nella illustrazione sommaria del poema con grafiche poverissime e zeppe di errori.
La situazione non migliora spostandosi sul versante dell’Intelligenza artificiale. Se in relazione alla ricerca scientifica l’Ia permette di acquisire informazioni più rapidamente e piano piano sembra dischiudere promettenti percorsi di indagine di carattere linguistico-filologico, sul versante della divulgazione, forse proprio a causa del mancato dialogo tra scienze umanistiche e sviluppi digitali, gli esiti non paiono altrettanto incoraggianti: ne fa prova il tentativo dell’azienda senese Questit diventata popolare per avere creato grazie all’Ia un avatar del poeta addestrato a «comprendere le domande dei singoli interlocutori e rispondere di conseguenza» nonché «di parlare e dialogare in maniera precisa ed accurata». Al semplice quesito dove sia morto il poeta, l’avatar attacca imperterrito illustrando l’incontro col musico Casella nel II canto del Purgatorio. Non c’è alcuna sincronia tra parola e movimenti del volto né il ritmo del parlato – con pronunce imbarazzanti – tiene minimamente conto di sintassi e interpunzione, e mi fermo qui. È certo possibile che il sistema richieda delle cautele nell’interrogazione, che andranno illustrate al visitatore, ma a questo punto l’immediatezza della procedura finisce per venire meno.
La proposta recentemente uscita da Mondadori a curata da chi scrive, con prefazione di Alessandro D’Avenia e illustrazioni di Fabiano Fiorin (Mondadori 2026) cerca di colmare questa lacuna almeno per il pubblico dei bambini, offrendo un volume che unisce una seria base scientifica a un ampio e accattivante corredo illustrativo. Il linguaggio, in prosa, avvicina i più piccoli al contenuto del poema; le tavole permettono di comprenderlo meglio fissandolo nella memoria dei lettori (lo ha ben illustrato Daniele Piccini sul supplemento La Lettura del Corriere della Sera, 19 luglio 2026). L’auspicio è che si possa promuovere un ciclo di letture ad alta voce e forse anche di trasposizione video che ne permetta una più ampia circolazione.
Editoriale di Paolo Pellegrini, docente di Filologia e linguistica italiana, dipartimento di Culture e civiltà




























