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Il caso dei bambini soldato

Convegno "Antropologia e diritti umani" l'intervento di Luca Jourdan.

di univr
14 Giugno 2010
in Senza categoria
Luca Jourdan

Luca Jourdan

Nella seconda giornata del convegno di “Antropologia e diritti umani” ha parlato Luca Jourdan, ricercatore in antropologia all’università di Bologna, con un intervento su “Antropologia e diritti dell’infanzia: bambini soldato e guerre in Africa”. Jourdan ha fatto ricerche in Congo, nella zona di guerra, dove è rimasto per più di due anni.

I bambini soldato in Africa: la questione dei diritti umani. “Consideriamo il fenomeno dei bambini soldato, oggi tipicamente africano, da due punti di vista, quello dei diritti umani e l’approccio antropologico. Non penso che si tratti di un fenomeno nuovo, collegato, secondo molti, alla questione delle guerre post-moderne”. Jourdan è partito da una domanda: che cosa si intende col concetto di ‘infanzia’? “Lo storico ungherese Cunningham – ha spiegato Jourdan – sostiene che è stata la rivoluzione industriale a mettere sotto gli occhi di tutti la condizione dei bambini lavoratori. Quindi a cavallo fra ‘800 e ‘900 molte associazioni umanitarie hanno denunciato lo sfruttamento minorile. Secondo Cunningham è in questo periodo di rottura che si afferma un nuovo atteggiamento emotivo nei confronti dei bambini, una nuova etica – quella del ‘saving the child’ – e l’obbligo scolastico diventa il mezzo con cui realizzare il nuovo obiettivo. Nel ‘900 il concetto di ‘infanzia’ – ha proseguito il ricercatore – comincia ad essere legato a quello di ‘diritto’. Per questo oggi un reato, un abuso contro un bambino è visto come particolarmente grave. E’ chiaro che in questa concezione i bambini soldato sono diventati lo scandalo per eccellenza perché per noi è una sorta di ossimoro. Negli ultimi decenni il diritto internazionale è intervenuto a normare la questione, ad esempio con la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989, che tuttavia mostra alcune ambiguità. Nell’articolo 38 infatti – ha chiarito Jourdan – si dice che l’età minima di arruolamento è 15 anni ma non si specifica se si tratta di arruolamento volontario o forzato. D’altra parte lo stesso concetto di ‘volontario’ è ambiguo, soprattutto in paesi poveri come il Congo dove il ‘range’ di scelta è molto ristretto”. L’approccio antropologico: il rapporto violenza-infanzia. “In Africa e in particolare in Congo, paese in cui la guerra ha prodotto cinque milioni di morti, l’esperienza di essere bambino è diversa rispetto ai paesi ricchi. In molte società africane la condizione di bambino e di adulto è determinata dal ruolo sociale del soggetto più che dall’età, in molte zone rurali dell’Africa è normale che i più piccoli lavorino nei campi. In Mozambico – ha spiegato Jourdan – i bambini sono spesso considerati soggetti valorosi, piccoli guerrieri – ‘survivors’ – in grado di sopravvivere alle difficoltà quotidiane. Capite la distanza rispetto al nostro concetto di bambino che è da proteggere e tutelare”. Luca Jourdan ha poi proseguito affrontando lo spinoso tema del rapporto violenza-bambino. “La violenza è spesso subìta dai bambini ma è anche perpetrata dagli stessi. Un filone recente di studi antropologici si è concentrato proprio sullo studio dei miliziani under 18. Ma la violenza perpetrata da minorenni non è solo un fenomeno africano; pensiamo ai casi di bullismo che hanno riempito le cronache degli ultimi anni e alle stragi nei college americani”. Come spiegano dunque gli antropologi questo fenomeno? “Fanno uso del concetto di ‘agency tattica’, un agire all’interno di una pianificazione di breve durata che porta il bambino – un attore debole – a cercare di approfittare di una specifica situazione – quella della guerra – rubando e violentando. Ma a questo punto possiamo ancora parlare di vittime? – si è chiesto Jourdan. “Io stesso ho assistito al caso di un sedicenne, inserito in un progetto di recupero dei bambini soldato, che, mandato a prendere dell’acqua, ha violentato una bambina. In questo caso chi è la vittima e chi il carnefice? Quella dei bambini soldati è una questione molto delicata, un caso limite i cui tentativi di miglioramento rischiano di innescare ulteriori logiche di violenza. Penso ad esempio al programma di ‘Food for war’ che spinge i bambini soldato a consegnare le armi in cambio di cibo. Ma a questo punto coloro che non si sono arruolati e che non hanno commesso crimini come il saccheggio o la violenza si ritrovano con in mano niente e si domandano: perché loro sì e noi no?”.

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