Manoscritti antichi e tecnologie d’avanguardia protagonisti di un progetto europeo di Citizen Science: obiettivo del progetto “Virgilio (invisibile) a Verona” è stata la digitalizzazione del patrimonio manoscritto della Biblioteca Capitolare di Verona, con particolare attenzione ai codici più fragili. Realizzato in collaborazione con studentesse e studenti di nove scuole superiori di Verona, della provincia e di Mantova, il progetto ha trasformato la tutela del patrimonio culturale in un’esperienza condivisa, creando un ponte concreto tra passato e futuro, dove i manoscritti dialogano con le più innovative tecnologie digitali.
Ne abbiamo parlato con il referente del progetto Paolo Scattolin, docente di Lingua e letteratura greca, e con monsignor Bruno Fasani, presidente della Biblioteca Capitolare.
Professor Scattolin, il progetto “Virgilio invisibile” unisce ricerca europea, tecnologie multispettrali e Citizen Science. In che modo il coinvolgimento diretto degli studenti delle scuole superiori contribuisce concretamente allo studio dei manoscritti?
Gli studenti e le studentesse delle scuole superiori, in questo progetto di Citizen Science, non assistono alla ricerca: la fanno. Non li conduciamo su un terreno preparato, dove le soluzioni sono già note e devono soltanto essere scoperte. Li coinvolgiamo in un problema di ricerca autentico.
Il mio team ha prodotto centinaia di immagini multispettrali del manoscritto XL (38) della Biblioteca Capitolare. Il passo successivo è capire che cosa sia ancora leggibile del più antico strato di scrittura, a partire da Virgilio (c’è anche altro!). La lettura di immagini multispettrali non è un’operazione automatica: per ogni foglio occorre identificare il passo virgiliano, confrontarlo con un’edizione di riferimento e descriverne lo stato di conservazione attraverso una serie di tag – testo illeggibile, incerto, corretto dagli scribi e così via – utilizzando la piattaforma Transkribus.
È un lavoro lento e meticoloso, che richiede attenzione, pazienza e una crescente familiarità con l’elegante scrittura capitalis rustica, maturata nel corso delle sessioni svolte al Polo Zanotto e in Capitolare. Tutto si è svolto in presenza, in un continuo confronto tra studenti, dottorandi e docenti. Insieme a me hanno seguito il progetto Panagiotis Leontaridis e Konstantina Tsakona. Alla fine la squadra contava circa sessanta studenti: e, in questo caso, anche il numero ha fatto la differenza.
Mons. Fasani, qual è il ruolo della Fondazione Biblioteca Capitolare nel presente storico della città di Verona? E quali sono gli ulteriori spazi culturali che essa abita rispetto a tutta la cultura europea?
La Biblioteca Capitolare di Verona, la più antica al mondo ancora in attività, ha superato l’immagine di scrigno chiuso per farsi polo culturale vivo e internazionale, capace di far dialogare la città con i grandi flussi turistici e di ricerca. Nel panorama europeo rappresenta un ponte insostituibile tra antichità e modernità: qui studiarono Dante e Petrarca, e qui si custodiscono tesori unici – come le Istituzioni di Gaio e l’Indovinello Veronese – che formano le radici stesse del diritto e della lingua occidentale, proiettando Verona nel cuore della memoria collettiva continentale.
I palinsesti della Biblioteca Capitolare rappresentano una delle sfide più affascinanti per gli studiosi dei manoscritti antichi. Professor Scattolin, che cosa rende così speciale il palinsesto virgiliano tardoantico al centro del progetto e quali nuove informazioni sperate di recuperare grazie alla digitalizzazione avanzata?
Il manoscritto è uno dei sette codices Vergiliani antiquiores, cioè uno dei più antichi testimoni del testo di Virgilio. La sezione che contiene Bucoliche, Georgiche ed Eneide risale alla fine del V secolo ed è giunta fino a noi sotto forma di palinsesto: il testo originario fu cancellato per riutilizzare la preziosa pergamena, che venne poi riscritta tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo. Per dare un’idea della sua storia, quando Dante soggiornava a Verona quel Virgilio era già illeggibile da secoli.
Ciò che rende unico il manoscritto veronese è soprattutto la raccolta di scolii, commenti marginali ricchi di citazioni di autori greci e latini e di riferimenti ad antichi commentatori di Virgilio. Proprio questi scolii attirarono l’attenzione degli studiosi nell’Ottocento, quando, non disponendo di tecnologie adeguate, ricorsero a reagenti chimici che finirono per rendere ancora più difficile la lettura di entrambi gli strati di scrittura.
L’ultimo tentativo sistematico di decifrazione risale al 1973, quando Mario Geymonat utilizzò una lampada a raggi ultravioletti. Oggi disponiamo di strumenti completamente diversi. Grazie all’imaging multispettrale possiamo rileggere il manoscritto senza sottoporlo a ulteriori interventi invasivi e confrontare i nuovi dati con quelli già noti. Speriamo così di individuare varianti testuali finora sconosciute o di confermare lezioni tramandate solo da una parte della tradizione. In altre parole, vogliamo capire quale posto occupi il Veronensis nella più antica trasmissione del testo virgiliano. È possibile che, sotto la scrittura visibile, si conservino le ultime testimonianze di antiche varianti del testo del poeta. E stiamo parlando di Virgilio!
A partire dai progetti di ricerca come questo nel quale la Fondazione Biblioteca Capitolare è inserita, Mons. Fasani secondo Lei quale è il contributo concreto che essa è in grado di offrire?
I progetti di ricerca internazionali, legati soprattutto alla digitalizzazione avanzata e alle digital humanities, permettono alla Capitolare di offrire un contributo concreto e d’avanguardia. Grazie a tecnologie come l’imaging multispettrale, la biblioteca mette a disposizione della comunità scientifica globale codici antichissimi prima illeggibili, preservando gli originali dal deterioramento. Inoltre, la varietà delle sue grafie secolari funge da perfetto campo d’addestramento per sviluppare intelligenze artificiali applicate alla trascrizione automatica dei manoscritti. Questo lavoro non solo inserisce Verona nei grandi network europei della conoscenza, ma si traduce sul territorio in mostre e percorsi didattici, trasformando l’alta ricerca in un volano di turismo culturale vivo e accessibile a tutti.
“Virgilio invisibile” nasce all’interno della rete europea Antcom. Professor Scattolin, quanto è importante, oggi, costruire progetti internazionali e interdisciplinari per valorizzare il patrimonio culturale e avvicinare le nuove generazioni alla ricerca umanistica?
Internazionalità e interdisciplinarità sono il cuore di Antcom. Il progetto, finanziato dal programma Horizon Europe nell’ambito delle Marie Skłodowska-Curie Doctoral Networks, riunisce quattro università – Odense, Salento, Santiago de Compostela e Verona – che ospitano dieci dottorande/i.
Siamo partiti da una domanda semplice: come possiamo costruire una comprensione più ampia e inclusiva del patrimonio culturale europeo? La nostra risposta è stata immaginare il patrimonio come una realtà fatta di strati. Alcuni sono immediatamente visibili, altri sono stati cancellati, dimenticati o trascurati. Antcom concentra la propria attenzione proprio su questi strati nascosti: i manoscritti palinsesti ne sono un esempio perfetto.
Per affrontare una sfida del genere servono prospettive diverse. Da un lato, uno sguardo europeo, capace di superare i confini della dimensione locale; dall’altro, il dialogo tra discipline che devono imparare a condividere metodi, strumenti e linguaggi.
Ma c’è un terzo elemento, altrettanto decisivo: il coinvolgimento dei cittadini e delle cittadine. Le trascrizioni che metteremo a disposizione della comunità scientifica saranno dati aperti, sostenibili e interoperabili, ma non esisterebbero senza il contributo delle persone che hanno lavorato con noi con entusiasmo e rigore per tre mesi, spingendosi dove il lavoro di un singolo studioso difficilmente sarebbe potuto arrivare. Credo che questo sia anche il modo migliore per avvicinare le nuove generazioni alla ricerca umanistica: non limitarsi a raccontarla, ma chiamarli a farne parte.
Il presente è sempre aperto al futuro: Mons. Fasani qual è l’idea di futuro che la Fondazione Biblioteca Capitolare intende interpretare e portare avanti?
È un’idea che si fonda sul concetto di tradizione viva, dove la tecnologia non cancella il passato, ma lo rende universale. La grande sfida del domani è trasformare questo immenso patrimonio analogico in un ecosistema digitale aperto, etico e interattivo, capace di parlare alle nuove generazioni attraverso i linguaggi della contemporaneità. La Capitolare non vuole essere un museo statico della memoria, ma un incubatore di pensiero critico e un laboratorio di innovazione umanistica. Portare avanti questo futuro significa dimostrare che le radici della cultura europea non sono fossili da proteggere, ma una bussola essenziale per orientare la società della conoscenza, la sostenibilità culturale e l’intelligenza artificiale di domani.
Elisa Innocenti





























