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Crisi energetica globale: rischio stagflazione o economie più resilienti?

L’editoriale di Riccardo Fiorentini, docente del dipartimento di Scienze economiche

di Elisa Innocenti
19 Marzo 2026
in Attualità
Photo credits: @Aswin-Adobe stock

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Lo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e il conseguente blocco del transito navale nello stretto di Hormuz ha posto il mondo di fronte alla più grave crisi petrolifera dai tempi del 1973, anno in cui la produzione mondiale di petrolio diminuì del 5%. Successivamente, nel 1979, la rivoluzione komeinista in Iran provocò un calo dell’offerta mondiale del 15%.

In entrambi i casi, la riduzione dell’offerta determinò un forte aumento del prezzo del petrolio, con un impatto inflazionistico globale e la nascita del fenomeno della stagflazione, caratterizzato da stagnazione economica e inflazione simultanee. Nel 1975, tutti i principali Paesi europei entrarono in recessione e, in Italia, l’inflazione raggiunse il 21,2% nel 1980.

Oggi, la guerra in Iran sta privando il mondo di circa il 20% dell’offerta globale di petrolio e Gnl, una quota superiore rispetto alle crisi del 1973 e del 1979. I timori di ripercussioni su prezzi e crescita nei paesi importatori sono quindi più che giustificati. Da fine febbraio, il prezzo del petrolio è passato da circa 65 dollari al barile a oltre 100 dollari.

Dobbiamo quindi temere un ritorno della stagflazione, oppure le economie sono oggi più resilienti agli shock energetici?

Per rispondere, è utile osservare l’intensità energetica della produzione (energia utilizzata per unità di Pil). Nei paesi sviluppati questo indicatore è in costante diminuzione dal 1973. In Italia, tra il 2010 e il 2024, è sceso da 114 a 62, un livello inferiore a quello di Germania, Francia e Spagna. Ciò indica che i sistemi produttivi sono oggi meno dipendenti dalle fonti fossili, grazie a maggiore efficienza energetica e alla crescita delle energie rinnovabili.

Anche le banche centrali, e in particolare la Bce, sono oggi più attrezzate nel contrastare l’inflazione. Questo dovrebbe evitare la formazione di aspettative inflazionistiche persistenti e la cosiddetta spirale prezzi-salari, che negli anni ’70 aggravò la crisi. L’esperienza del 2022-2023, con il rapido rientro dell’inflazione, dimostra la capacità di intervento tempestivo.

Nonostante ciò, l’impatto sull’economia italiana sarà negativo. Le stime indicano un aumento dell’inflazione di circa +1%, portandola dal 1,5% al 2,5-3%. L’effetto sarà però disomogeneo, colpendo maggiormente i consumi legati a carburanti e beni alimentari, con possibili effetti su domanda, produzione e reddito.

Questo shock arriva inoltre mentre si esaurisce la spinta dei fondi Pnrr, rendendo probabile una crescita del Pil nel 2026 inferiore allo 0,8%.

Un ulteriore elemento di vulnerabilità è che in Italia il prezzo dell’energia elettrica è fortemente legato al Gnl ed è più elevato rispetto ai partner europei, penalizzando la competitività industriale.

Nel breve periodo, misure fiscali straordinarie possono attenuare i rincari energetici. Tuttavia, nel lungo periodo è fondamentale: accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili, ridurre la dipendenza dal gas, disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas naturale

Solo così sarà possibile rafforzare in modo strutturale la resilienza del sistema produttivo italiano.

 

Riccardo Fiorentini, docente del dipartimento di Scienze economiche

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