C’è una guerra invisibile che la medicina sta combattendo, e la prossima linea di difesa si gioca sulla capacità dei batteri di mutare per sopravvivere ai farmaci. A guidare la sfida è l’Università di Verona, al centro di una nuova grande rete di ricerca italiana. Obiettivo: unire microbiologi, medici e ospedali per mappare il DNA dei superbatteri e salvare vite umane. Da qui nasce CIA-REMIDA, progetto coordinato da Paolo Gaibani, professore associato di microbiologia clinica.
Vincitore di una call internazionale, alla quale hanno partecipato gruppi di ricerca da diversi Paesi, CIA-REMIDA è stato selezionato tra i numerosi progetti presentati dall’Italia e ha ottenuto il finanziamento per avviare la ricerca. La rete coinvolge i centri universitari e ospedalieri di Verona, Roma, Torino, Udine e Pisa, con l’obiettivo di integrare e confrontare i dati raccolti nei diversi nodi e migliorare la conoscenza dei batteri multiresistenti e la gestione clinica delle infezioni.
«Gli antibiotici hanno cambiato per sempre la storia della medicina», spiega Gaibani. Hanno reso curabili infezioni che per secoli potevano essere letali e consentito di affrontare con maggiore sicurezza «interventi chirurgici, trapianti e terapie complesse». Ma oggi «la loro efficacia non può più essere data per scontata».
La progressiva capacità di adattamento dei batteri ai farmaci sta determinando il fallimento di terapie consolidate, configurando l’antimicrobico-resistenza come una priorità sanitaria globale. Per arginare il fenomeno, la semplice sostituzione della molecola antibiotica non è più sufficiente. Diventa invece indispensabile una diagnostica tempestiva che integri il profilo biologico e genetico del patogeno con il quadro clinico del paziente e la valutazione epidemiologica del rischio di diffusione.
«La questione non riguarda soltanto il farmaco da scegliere», osserva Gaibani. È necessario comprendere «non solo quali batteri siano resistenti, ma anche perché lo siano, come acquisiscano e diffondano i meccanismi di resistenza e quali siano le strategie più efficaci per contrastarli».
Da questa urgenza nasce la vera forza del progetto: un’alleanza che fa parlare tra loro biologi, medici sul campo ed esperti di genetica. Studiando da vicino il DNA del batterio, gli scienziati possono capire i suoi segreti e inseguire i suoi spostamenti prima che sia troppo tardi. Nel frattempo, lo scambio continuo di informazioni tra gli ospedali permette di costruire uno scudo collettivo basato sulla condivisione delle scoperte.
L’iniziativa valorizza l’asset di ricerca e il know-how già consolidati dall’Università di Verona nel contrasto all’antibiotico-resistenza. Gli output del progetto mirano a efficientare i protocolli terapeutici con un triplice obiettivo d’impatto: «migliorare la cura dei pazienti», razionalizzare la spesa farmaceutica attraverso «un uso più appropriato degli antibiotici» e potenziare il risk management legato al controllo delle infezioni.
La sfida è comprendere il batterio mentre cambia, prima che la sua evoluzione renda inefficace una terapia. Per questo la ricerca non si limita a fotografare la resistenza: prova a ricostruirne i meccanismi e la diffusione. Nel dialogo tra dati genetici, microbiologia e clinica si costruisce così una conoscenza capace di orientare le cure e preservare, per il futuro, l’efficacia degli antibiotici.
Marco Cerpelloni

























