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Scoperto un nuovo approccio terapeutico per la malattia di Alzheimer

La ricerca è stata pubblicata su Scientific Reports e Frontiers in Neuroscience

di univr
29 Maggio 2017
in Ricerca e innovazione

Scoperto un nuovo approccio terapeutico basato sull’inibizione di un meccanismo patologico legato allo sviluppo e alla progressione della malattia di Alzheimer. La ricerca, condotta dalla sezione di Istologia ed Embriologia dell’università di Verona, in collaborazione le università cinesi di Changsha e di Chongqing, è stata pubblicata sulle riviste Scientific Reports, una pubblicazione di Nature, e Frontiers in Neuroscience.

Nella sua forma sporadica (non ereditaria), la malattia di Alzheimer è la demenza senile più diffusa: ne sono affette 50 milioni di persone in tutto il mondo e almeno 600mila in Italia. La demenza è causata dall’accumulo nel cervello di due proteine tossiche, la beta-amiloide e la tau fosforilata (p-tau), le quali ledono aree sempre più estese della corteccia cerebrale adibite alle funzioni cognitive e mnemoniche, che di conseguenza vengono perdute.

“Si sa che la beta-amiloide e la p-tau cominciano a danneggiare i neuroni alcuni decenni prima che compaiano le amnesie tipiche dell’Alzheimer – spiegano Anna Chiarini e Ilaria Dal Prà, ricercatrici confermate della sezione di Istologia ed Embriologia dell’ateneo scaligero che hanno effettuato questo studio con la collaborazione di Ubaldo Armato, già direttore della sezione – Sinora però i meccanismi alla base dell’Alzheimer sporadico erano oggetto di pure supposizioni, il che spiega l’assenza di terapie efficaci”.

La novità della ricerca consiste nel fatto che gli scienziati scaligeri hanno utilizzato cellule cerebrali umane in vitro per i loro studi riuscendo così a identificare gli effettivi meccanismi alla base dell’accumulo delle due proteine tossiche. D’altro canto, i modelli animali transgenici (roditori) consentono lo studio della forma ereditaria (rara) ma non della forma sporadica (assai più diffusa) della malattia di Alzheimer.

“Il nostro modello sperimentale principale sono gli astrociti umani adulti normofunzionanti della corteccia cerebrale temporale. – spiega Ilaria Dal Prà – Si tratta delle cellule più numerose e diffuse del cervello, che svolgono funzioni di sostegno, nutrimento e modulazione dell’attività neuronale. In parallelo abbiamo anche impiegato neuroni corticali umani. Abbiamo così chiarito per la prima volta il meccanismo patogenetico scatenante la malattia di Alzheimer che opera nei neuroni e negli astrociti umani. Esso si fonda sull’interazione tra la beta-amiloide, che in alcuni soggetti si accumula con l’età, e il recettore Calcio-Senziente (CaSR oCalcium-Sensing Receptor) che, di norma, rileva i livelli di calcio. L’attivazione patologica del CaSR induce la produzione e il rilascio da parte delle cellule nervose coinvolte di quantità ulteriori di beta-amiloide che vanno a legarsi ai CaSR di neuroni e astrociti vicini e lontani. Ne consegue non solo la morte dei neuroni e la distruzione dei loro circuiti ma anche l’instaurarsi di un circolo vizioso che porta all’accumulo e alla crescente diffusione della beta-amiloide stessa. In parallelo, l’interazione beta-amiloide/CaSR stimola anche la produzione e il rilascio della p-tau, che aggrava gli effetti neurotossici della beta-amiloide.”

“Vi è una novità ulteriore e assai interessante emersa dai nostri studi – conclude Anna Chiarini – abbiamo dimostrato che composti chimici già noti, gli antagonisti specifici del CaSR (o calcilitici), tra cui ad esempio l’NPS 2143, da un lato sopprimono totalmente gli effetti neurotossici indotti dall’interazione beta-amiloide/CaSR negli astrociti e neuroni umani, e dall’altro favoriscono il rilascio, da parte delle stesse cellule, del fattore sAPPalfa che protegge la vitalità e le funzioni dei neuroni umani. Pertanto, questi nostri risultati ottenuti con cellule nervose umane provano per la prima volta in assoluto che i calcilitici, tipo NPS 2143, costituiscono un approccio terapeutico totalmente nuovo che potrebbe impedire lo sviluppo o bloccare la progressione dell’Alzheimer sporadico preservando le funzioni cognitive, la qualità della vita e la vita stessa dei pazienti. Il prossimo passo sarà la sperimentazione in vivo che potrà confermare l’effettiva efficacia di questa terapia”.

 

29.05.2017

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