Come si costruisce una sanità di prossimità capace di rispondere davvero ai bisogni delle persone? Per le ricercatrici e i ricercatori del Settore di Infermieristica dell’Università di Verona, il punto di partenza è semplice: ascoltare chi i servizi sanitari li vive ogni giorno, come professionista, paziente o caregiver.
È da questo principio che nasce la linea di ricerca coordinata dalle docenti Federica Canzan ed Elisa Ambrosi, dedicata allo sviluppo di nuovi modelli di assistenza territoriale. Un percorso che, attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini e dei professionisti, ha portato dall’analisi delle esperienze alla progettazione di un intervento oggi sperimentato sul campo.
“Per progettare servizi realmente vicini alle persone non è sufficiente immaginare dall’esterno quali siano i loro bisogni. È necessario partire dalle esperienze di chi eroga e di chi riceve le cure, trasformando l’ascolto in uno strumento concreto di progettazione”, spiega Federica Canzan.
Il primo passo è stato studiare alcune realtà già presenti sul territorio veneto per comprendere come i nuovi modelli di assistenza vengano vissuti dalle persone direttamente coinvolte.
Professionisti sanitari, pazienti e caregiver sono stati coinvolti in due studi qualitativi condotti con approccio Grounded Theory e secondo la logica dell’experience-based co-design: una progettazione partecipata che utilizza l’esperienza di chi offre e di chi riceve un servizio per contribuire a ripensarlo.
Complessivamente hanno partecipato 45 persone: dodici tra medici e infermieri e trentatré pazienti e caregiver.
Dalle loro testimonianze emerge in particolare il ruolo dell’infermiere di famiglia e comunità, spesso percepito come un punto di riferimento per garantire continuità alle cure. Una figura capace non soltanto di coordinare il percorso assistenziale, ma anche di anticipare i bisogni attraverso un contatto telefonico proattivo e di costruire nel tempo una relazione di fiducia.
Per i pazienti, soprattutto anziani e persone con patologie croniche, proprio questa dimensione relazionale può assumere un valore pari, e talvolta superiore, alla rapidità con cui viene erogato il servizio.
“La continuità assistenziale passa anche dalla relazione. Sapere di avere un professionista di riferimento, che conosce il proprio percorso e può intercettare precocemente un bisogno, cambia profondamente l’esperienza di cura delle persone più fragili”, sottolinea Elisa Ambrosi.
La ricerca non si è fermata alla raccolta delle esperienze. Le evidenze emerse dagli studi qualitativi sono diventate il punto di partenza per progettare un intervento da mettere alla prova sul campo.
È nato così un nuovo studio quasi-sperimentale, condotto in una Casa di Comunità del Veneto, che coinvolge pazienti con più di 65 anni e almeno una patologia cronica.
Gli infermieri di famiglia e comunità applicano un intervento educativo proattivo e strutturato che comprende valutazioni iniziali, colloqui motivazionali, piani educativi personalizzati e un percorso di follow-up. L’obiettivo è accompagnare le persone nella gestione quotidiana della propria malattia, rafforzandone conoscenze e capacità di autocura.
“Il passaggio decisivo è trasformare ciò che abbiamo appreso dall’ascolto in un modello assistenziale verificabile nella pratica. La ricerca diventa così un ponte tra i bisogni espressi dalle persone e nuovi modi di organizzare concretamente la presa in carico”, osserva Federica Canzan.
La linea di ricerca è stata finanziata dalla Regione Veneto nell’ambito dell’ecosistema di innovazione iNEST, con fondi europei del Next Generation EU.
Il percorso proseguirà grazie a un nuovo finanziamento ottenuto attraverso il bando FESR 2025-27. Lo stesso approccio – partire dall’ascolto dei bisogni per arrivare alla sperimentazione di nuovi modelli – sarà applicato ai pazienti con malattia renale cronica, un ambito nel quale l’Università di Verona è già impegnata con il progetto I-rene.
“L’obiettivo è sviluppare modelli che possano essere non soltanto efficaci dal punto di vista clinico e organizzativo, ma anche riconosciuti come utili e sostenibili dalle persone che dovranno utilizzarli”, aggiunge Elisa Ambrosi.
Il percorso mostra così una delle possibili direzioni della ricerca infermieristica contemporanea: non soltanto produrre nuove conoscenze scientifiche, ma tradurle in strumenti e modelli capaci di incidere sull’organizzazione dei servizi e sulla quotidianità delle persone.
Questa attività di ricerca si sviluppa all’interno della comunità scientifica e formativa del corso di laurea in Infermieristica dell’Università di Verona, presente nelle cinque sedi di Verona, Legnago, Vicenza, Trento e Bolzano.
Un percorso riconosciuto anche a livello internazionale: per il secondo anno consecutivo l’area Nursing dell’Ateneo si colloca nella fascia 151-225 del QS World University Rankings by Subject. Il corso registra inoltre un tasso di soddisfazione del 95% tra studentesse e studenti.
Scopri l’offerta formativa Univr delle professioni sanitarie
SM




























