Questi argomenti saranno anche al centro del settimo Congresso nazionale dell’Accademia di geriatria, che si terrà dal 10 al 12 settembre 2026 al polo didattico Giorgio Zanotto.
Ne parliamo con Mauro Zamboni, geriatra e docente del dipartimento di Medicina Univr.
Professor Zamboni, si dice spesso che una corretta alimentazione aiuti a invecchiare bene. Quali effetti hanno le abitudini alimentari sulla durata della vita in buona salute e quali scelte dovrebbero essere adottate già nell’età adulta?
Alimentazione e invecchiamento sono legati lungo tutto l’arco della vita. Le scelte compiute a tavola possono contribuire a prevenire sovrappeso, diabete, ipertensione e altre patologie croniche, già sin dall’età adulta. Un’ alimentazione equilibrata e corretta come apporto calorico, macronutrienti (carboidrati, lipidi e proteine), vitamine e minerali allunga la vita, in particolare quella in buona salute. È stato dimostrato che la dieta mediterranea allunga la vita di circa 10 anni e pospone l’insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete, insufficienza renale, disabilità fisica e deficit cognitivi. Da questo punto di vista è significativo che la cosiddetta “blue zone”, l’area geografica con maggior prevalenza di persone centenarie che comprende alcune regioni italiane, si caratterizzi per un regime alimentare simile alla dieta mediterranea, con introito calorico moderato, ricco di alimenti quali olio di oliva, frutta, verdura e pesce.
Nelle società occidentali molte persone assumono più energia di quanta ne consumino, mentre l’attività fisica tende a ridursi con l’età. In che modo sovrappeso e grasso addominale condizionano l’invecchiamento e quali interventi possono ridurre questi rischi?
In generale, anche in età geriatrica, l’aumento del peso e del tessuto adiposo – in particolare di quello viscerale – rappresenta un importante fattore di rischio metabolico e cardiovascolare, associandosi ad aumentato rischio di ipertensione arteriosa, alterata glicemia a digiuno, diabete mellito e sindrome metabolica. In particolare, il grasso corporeo viscerale è più correlato alla comorbidità e mortalità rispetto a quello sottocutaneo, che, al contrario, è associato a un profilo lipidico e glicemico protettivo e ad una diminuzione del rischio cardiovascolare e metabolico.
Dal rapporto 2022 dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), emerge una prevalenza dell’obesità in costante aumento nel tempo in quasi tutti i Paesi europei. L’eccesso ponderale è tra le principali cause di morte e disabilità in Europa e causa più di 1.2 milioni di decessi all’anno, corrispondenti a oltre il 13% della mortalità totale. In Italia, nel biennio 2020-2021, il 42.9% della popolazione adulta risultava in eccesso ponderale, in particolare il 32.5% in sovrappeso e il 10.3% obeso, che in numeri assoluti si traduce in circa 13 milioni di individui. Analogamente l’obesità rappresenta un problema di salute emergente in Italia non solo in età adulta, ma anche in età più avanzata con una prevalenza che raggiunge il 59% fra i 65- 74enni, per poi ridursi progressivamente dopo i 75 anni fra gli over 85.
Tuttavia, anche in condizioni di mantenimento del peso corporeo, l’invecchiamento si associa, sia nell’uomo che nella donna, a importanti modificazioni della composizione corporea. Con l’invecchiamento si assiste infatti alla riduzione progressiva della componente muscolare e a un significativo aumento della massa grassa con una ridistribuzione del grasso corporeo – con l’incremento del tessuto adiposo addominale e riduzione di quello sottocutaneo – e l’accumulo di grasso ectopico nel muscolo e in diversi organi (fegato, pancreas, cuore etc..).
Nel corso degli anni risulta quindi fondamentale non solo il controllo del peso corporeo e la prevenzione del sovrappeso e dell’obesità, ma anche il mantenimento di una buona composizione corporea, cercando di favorire interventi, che mantengano la massa muscolare e che prevengano l’aumento del grasso soprattutto a livello addominale. Ad oggi gli unici interventi efficaci in tal senso, consistono in modificazioni dello stile di vita, con la prescrizione di attività fisica adeguata e di uno schema nutrizionale adattato alla situazione del singolo anziano, in base alla sua età, composizione corporea e presenza di patologie.
Con l’avanzare dell’età diminuiscono la massa e la forza muscolare. Questa condizione, chiamata sarcopenia, può compromettere l’autonomia. Quale ruolo svolgono le proteine e l’esercizio fisico nella prevenzione e nel trattamento?
Nell’adulto sano il tessuto muscolare scheletrico rappresenta fino al 40% del peso corporeo totale, mentre nell’anziano questo decresce del 6% per ogni decade, indipendentemente da variazioni del peso corporeo e dal sesso. Con l’invecchiamento non si verifica solo una perdita della quantità di tessuto muscolare, ma anche una riduzione della sua qualità, che portano ad una riduzione della forza muscolare.
La sarcopenia attualmente è considerata come una vera e propria malattia, frequente nell’anziano, ma non solo, caratterizzata da riduzione della forza muscolare, associata a bassa quantità e/o qualità della massa muscolare, e che comporta un aumentato rischio di cadute, fratture, disabilità fisica e mortalità.
La sarcopenia è considerata come una patologia dovuta a diverse cause – fattori fisiologici, biologici, nutrizionali, inattività fisica, patologie croniche – sulla quale è possibile agire, almeno in parte, in termini di prevenzione primaria e secondaria mediante interventi precoci ed efficaci.
Per questo motivo, la nutrizione dell’anziano deve essere curata in particolar modo per quanto riguarda l’introito proteico, spesso deficitario. Per questo motivo, nella revisione dei larn (livello di assunzione di riferimento dei nutrienti) si indica un’assunzione minima di proteine negli anziani leggermente più elevata rispetto a quella del giovane, con l’assunzione di proteine di alto valore biologico, ben distribuite durante la giornata per ottimizzare la sintesi proteica e prevenire o almeno contrastare l’atrofia muscolare. Accanto alla nutrizione, anche l’esercizio fisico è fondamentale per contrastare la perdita di massa muscolare legata all’invecchiamento. La prescrizione dell’esercizio fisico deve essere individualizzata in base alla situazione di ogni singolo individuo anziano; in generale, quando possibile, accanto a esercizi di tipo aerobico e di allungamento muscolare, va implementata un’attività fisica con esercizi di potenziamento muscolare, in quanto è stato dimostrato come anche nell’anziano questo tipo di attività fisica sia non solo prescrivibile, ma anche efficacie nel favorire il trofismo muscolare.
Accanto al problema dell’eccesso di peso esiste quello, meno visibile, della malnutrizione per difetto. Perché le persone anziane possono avvertire meno fame e sete e quali segnali dovrebbero spingere i familiari o il medico a intervenire?
L’invecchiamento di per sé influenza i meccanismi che regolano il senso di fame e sazietà, determinando – nelle età più avanzate – un quadro noto come “anoressia dell’anziano”. L’anziano, specie il grande anziano, mangia meno, poiché avverte poco il senso di fame e sete. Con l’età si modificano inoltre fabbisogno, assorbimento e utilizzazione di alcuni nutrienti. Non solo aspetti biologici e fisiologici, ma anche fattori economici, sociali e psicologici, possono concorrere a modificare le scelte alimentari negli anziani. Il modello alimentare in età avanzata può essere caratterizzato dalla carenza di alcuni gruppi di alimenti – carne, uova, pesce, frutta e verdura – e da un maggiore consumo di prodotti lattiero-caseari. È stato dimostrato inoltre, che l’apporto di vitamine e, c, d, b1, b12 e acido folico, di micronutrienti quali ferro, potassio e calcio, nonché di composti bioattivi (polifenoli, carotenoidi, fitosteroli), risulta inferiore alle dosi giornaliere raccomandate negli anziani. L’esclusione di uno o più gruppi alimentari può portare a una dieta meno varia, basata su pochi alimenti consumati ripetutamente, con un conseguente peggioramento dello stato nutrizionale che può rappresentare un fattore di rischio per una maggiore morbilità.
Circa un 30% degli anziani autonomi che vivono a domicilio ha introito calorico al di sotto dei livelli raccomandati, di questi circa il 4%, se pur apparentemente in buona salute, presenta malnutrizione per difetto la cui prevalenza sale al 85% nei soggetti anziani istituzionalizzati, un paradosso per il mondo cccidentale dove l’abbondanza di cibo è la regola.
Diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, insufficienza renale, tumori e patologie neurologiche richiedono indicazioni nutrizionali diverse. Perché nell’anziano è necessario personalizzare la dieta e quali rischi comportano le restrizioni alimentari adottate senza controllo medico?
Con il passare degli anni, cambiano composizione corporea, fabbisogno energetico e percezione della fame e della sete. Le indicazioni nutrizionali devono quindi adattarsi non solo all’età e a questi fattori, ma soprattutto alle condizioni di salute della persona. Per questo, la nutrizione va il più possibile personalizzata e adattata alle condizioni del singolo paziente. Ad esempio, una perdita di peso non volontaria in un paziente anziano normopeso può comportare un peggioramento della composizione corporea del soggetto stesso, con la perdita di massa muscolare e un maggior rischio di riduzione dell’autonomia funzionale e di complicanze mediche.
Vitamina d, acidi grassi omega-3 e integratori vengono spesso presentati come strumenti contro l’invecchiamento. In quali casi possono essere utili e perché non possono sostituire una dieta equilibrata e uno stile di vita attivo?
La vitamina d, oltre al suo ruolo ben noto nel mantenimento della salute delle ossa, si è dimostrata in grado di influenzare diversi aspetti fisiologici del muscolo, rendendola un nutriente di interesse nell’ambito anche del trattamento della sarcopenia. La vitamina d può presentare azioni sia sul tessuto adiposo che sul muscolo scheletrico, e recentemente è stata oggetto di numerosi studi per definirne il ruolo nei processi di sarcopenia e di obesità sarcopenica. In particolare è stato dimostrato come recettori per la vitamina d siano presenti sia nel tessuto adiposo che in quello muscolare. La vitamina d può essere metabolizzata in entrambi i tessuti e modulare l’infiammazione dei tessuti stessi, regolando nel muscolo anche la sintesi di nuove cellule.
Anche gli effetti antinfiammatori degli omega-3 possono essere utili per prevenire la perdita di massa e forza muscolare associata all’invecchiamento, alla sarcopenia e alla fragilità. Inoltre, gli omega-3 possono modulare la sintesi proteica muscolare, promuovendo la forza e la funzione muscolare. I risultati di studi osservazionali trasversali e longitudinali dimostrano che bassi livelli plasmatici di omega-3 sono associati a ridotta performance fisica negli anziani. L’integrazione a lungo termine con Dha ed Epa nelle persone anziane è quindi di crescente interesse nell’ambito dell’identificazione di trattamenti sicuri e accessibili per rallentare la disabilità fisica e migliorare la qualità della vita negli individui anziani, anche se ad oggi i dati provenienti da studi interventistici, non sono numerosi.
Sara Mauroner

























