Per quattro giorni, dal 13 al 17 ottobre, il Policlinico Gemelli è stato il centro del governo della Chiesa cattolica. Papa Leone XIV vi è entrato per un intervento di resezione del lobo inferiore del polmone destro, dopo che gli esami avevano individuato un nodulo localizzato; l’esame istologico intraoperatorio ha confermato una diagnosi di adenocarcinoma polmonare. Il 21 ottobre, in serata, la sala stampa della Santa Sede ha diffuso un bollettino breve e decisivo: gli esami istologici definitivi e le indagini di biologia molecolare sul tessuto asportato durante l’intervento del 13 ottobre hanno confermato che si trattava di un adenocarcinoma polmonare e che la malattia era localizzata; la successiva valutazione oncologica ha escluso la necessità di ulteriori trattamenti.
La notizia era attesa perché la comunicazione precedente era stata diretta e tutta in chiaro. Era stato infatti Leone XIV stesso, all’Angelus della domenica avanti l’intervento, ad annunciare pubblicamente che il nodulo era stato colto in fase precoce e ben localizzato e che, seguendo il consiglio dei medici, aveva deciso di operarsi.
Vi è qui un elemento che merita di essere letto per quello che è, e che non è soltanto una scelta di stile comunicativo: l’affidamento ai medici. Il Papa non ha deciso di sottoporsi all’intervento disponendo di una propria competenza clinica, né ha nascosto la lesione nella speranza di poterla ignorare. Ha fatto esaminare il nodulo, ha ascoltato il parere degli specialisti, ha accolto la loro raccomandazione di intervenire.
Si dirà che si tratta di un comportamento ovvio. Non lo è. L’affidamento a un sapere tecnico che non si possiede richiede fiducia, e la fiducia richiede a sua volta di rinunciare al controllo: esattamente ciò che un uomo di governo, per mestiere, è addestrato a non fare. Il Papa ha mostrato di saper fare, davanti al proprio corpo, ciò che chiede a ogni fedele e a ogni cittadino: non limitarsi a pregare, ma affidarsi a chi sa, senza pretendere di governare la materia dall’alto del proprio ufficio.
La stessa logica spiega la scelta di informare. Dire per intero il nome della malattia, la sua sede, l’esito dell’esame istologico e la conclusione oncologica significa esporsi a un giudizio che non si controlla più: significa accettare che la propria vulnerabilità sia materia pubblica, con tutti i rischi che comporta per l’immagine di un ufficio costruito, nei secoli, anche sull’inaccessibilità. Il dislivello rispetto ai pontificati precedenti è evidente: la malattia di Giovanni Paolo II è stata per anni oggetto di una comunicazione spesso reticente e frammentaria, in ritardo sui fatti. Qui il criterio è stato opposto ed ha retto sin dall’inizio, anche nel momento in cui si sarebbe potuto dire molto meno.
La comunicazione pubblica di una malattia pontificia non è cronaca sanitaria: è una forma di comunicazione istituzionale, con destinatari radicalmente disomogenei ed interessi variegati, e la trasparenza non significa soltanto dire di più, ma dire in modo veritiero. Il corpo malato di un Pontefice è quello di un uomo che ha diritto alla propria riservatezza clinica, ma è anche al tempo stesso il corpo di chi ricopre un ufficio senza pari, a maggior ragione se si tiene conto che – diversamente da quanto avviene nei diversi diritti costituzionali per i Capi di Stato – il diritto canonico non prevede alcuna figura di supplenza in caso di impedimento del Papa, cui compete in via personale ed esclusiva il governo supremo di una comunità che comprende ben oltre un miliardo di fedeli.
La strada della disclosure ampia, quella cioè di dire tutto, e di dirlo con la firma di medici che rispondono di ciò che affermano, è stata perciò una vera e propria scelta di governo di Leone XIV, oltre che un’eccezionale lezione di metodo e di stile.
Giuseppe Comotti, ordinario di Diritto canonico ed ecclesiastico e direttore del dipartimento di Scienze giuridiche


























