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L’eredità di Luisa Muraro all’Università di Verona

Il ricordo di Chiara Zamboni, docente di Filosofia dell'Ateneo scaligero

di Merjeme Kushi
3 Luglio 2026
in Attualità, Home Page
Photo credits: Avvenire, via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Photo credits: Avvenire, via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

In questo testo vorrei parlare della qualità e delle caratteristiche della presenza di Luisa Muraro all’interno dell’università di Verona, ma prima presento brevemente il suo percorso in università.

Nel 1975, con l’aiuto del filosofo Bontadini che aveva molta stima del suo pensiero radicato nel movimento delle donne, vinse un contratto di ricerca inizialmente a Padova e poi a Verona, dove continuò ad insegnare fino al 2005.

Nel 1984 con Adriana Cavarero, Wanda Tommasi, Annamaria Piussi, Diana Sartori e molte altre, tra cui anch’io, fondò una comunità di filosofia femminile dal nome Diotima, pensandola e facendo in modo che fosse parte costitutiva dell’università di Verona. Nel 1987 ha voluto fortemente e partecipato al libro di Diotima intitolato Il pensiero della differenza sessuale. Mi fermo un attimo su questo libro perché ha segnato tutto il percorso successivo non solo di Diotima, ma del pensiero stesso di Luisa. La chiave per comprenderlo è l’espressione “passione per la differenza sessuale”, che porta con sé due significati. Il primo si riferisce alla passione di portare il peso della differenza sessuale, già ampiamente codificata, che impedisce perciò di vivere liberamente la differenza femminile. Il secondo significato, che si incrocia con il primo, si riferisce all’aver passione per la differenza libera di essere donna, sperimentando soggettivamente e in relazione ad altri la scoperta di nuovi significati del significante donna. Del tutto imprevisti.

In tutti i suoi libri successivi Luisa Muraro è rimasta fedele alla differenza sessuale assunta come pensiero soggettivo, che non è oggetto di discorso, ma costituisce una via sessuata di leggere e interpretare il reale. Per le sue opere rimando all’amplissima bibliografia curata da Clara Jourdan nell’interessante intervista intitolata Esserci davvero.

Vorrei ora dire del suo modo di abitare l’università, così diverso dal mio. Proprio questa differenza mi aiuta a darne conto. Se io ho considerato fin da subito l’università come la mia casa, non era affatto così per Luisa Muraro che lavorava all’università facendo ricerca e insegnando – pratiche a cui teneva moltissimo – ma che sicuramente non si sentiva per niente a casa nei consigli di istituto e poi di dipartimento e del resto veniva considerata come una diversa, per certi segnali indiretti che però era facile avvertire. Certo lei veniva da anni di esperienze di autocoscienza, di pratiche dell’inconscio sperimentate nell’alveo del femminismo milanese, un femminismo che si radicava nelle relazioni e non aveva debiti di sorta con le istituzioni. L’università di Verona le permetteva la ricerca e l’insegnamento, ma a prima vista non c’era nessun ponte tra la realtà del movimento e quella istituzionale.

Per questo considero la fondazione di Diotima, una comunità di filosofe che hanno seguito la scommessa di trasformare dall’interno il corpus filosofico criticando il soggetto maschile-neutro e aprendolo allo sguardo significante femminile, come il primo passo da parte sia per creare un ponte fertile tra le pratiche politiche femministe e l’ambito delle pratiche più valorizzate all’università, cioè quelle che costituiscono la ricerca filosofica, a cui Luisa teneva molto. È stato un modo per far giocare assieme due parti di sé e della propria vita, che fino a quel momento restavano separate.

Accanto a questa, c’è un’altra esperienza in cui Luisa ha messo a frutto il suo sapere maturato nella politica delle donne aprendo uno spazio simbolico e politico all’università. Mi riferisco a quella che abbiamo chiamato “Autoriforma dell’università”. L’idea che ha guidato Luisa Muraro, Riccardo Ghidoni – un ordinario di Chimica biologica – e me è stata quella di considerare l’università certo come un luogo di poteri frammentati e allo stesso tempo gerarchici, di cui tutti sono consapevoli e ne partecipano direttamente o indirettamente, ma anche come un luogo amato per la cultura che vi circola e che è quello per cui studentesse e studenti vi si iscrivono al di là della pura e semplice formazione professionale, che pure è importante. Come far emergere questa università amata accanto e all’interno dell’università delle decisioni interessate e dei piccoli e grandi poteri?

Luisa Muraro proponeva di valorizzare le relazioni tra docenti e studenti e tra i docenti stessi in cui questa università amata si creava via via in un percorso di pratiche che in qualche modo erano già seguite ma rimanevano silenti, invisibili ai più. Persino a quelli che le praticavano, ma non si interrogavano su quello che facevano. Una leva per fare questo era il senso di un’autorità libera e circolante da riconoscere e riconoscersi e a cui poter attingere.

Cito un brano di Luisa Muraro dal libro che ha raccontato l’autoriforma e pubblicato nel 1996, Lettere dall’università, a cura di Luisa Muraro e Pier Aldo Rovatti, Filema ed., Napoli. Dà conto di come Luisa volesse fortemente far emergere dall’università ciò che più amiamo in essa: “Questo libro vuole essere altro, e insieme alla denuncia raccontare un’altra ovvietà sepolta e in genere muta. Che lì [nell’università] passa il sapere e con il sapere il desiderio; e che dentro a questa scassata comunità c’è un gioco interattivo di attese e risposte, dentro e attraverso i giochi di potere. Non tutti quelli che vi insegnano vi partecipano, ma certo in varia misura tutti gli studenti. Questa “cultura” che alla lettera fa esistere l’università, e anche l’università italiana, manda pochi messaggi e magari nessuno, come se non avesse abitudine a scriversi, come se non si ritenesse degna di essere pubblica. Il nostro libro comincia a raccogliere alcuni di questi messaggi inabituali. Si dice che l’università abbia perduto la sua “idea” ma cosa facciamo per farci un’idea dell’università? […] Sospettiamo che […] molti docenti e tutti gli studenti ce l’abbiano, e che sia in forza di essa che fanno l’università: l’università infatti non c’è, si fa. Bisognerà pure cominciare a dirlo, a dirselo” (p. 5).

L’autoriforma dell’università, cioè l’idea che l’università non ha bisogno di riforme istituzionali per trasformarsi in meglio ma fare riferimento alla fertilità di pratiche che “si fanno”, è stata sia il regalo più grande, che Luisa ha fatto all’università, sia il modo per poter vivere dall’interno l’università amandola, sia la via per seguire una politica delle relazioni e delle pratiche nel contesto del lavoro, che si differenzia radicalmente da una politica istituzionale di riforme legislative.

 

Chiara Zamboni, già docente di Filosofia teoretica nel dipartimento di Scienze umane

 

foto da Avvenire https://www.avvenire.it/vita/pagine/luisa-muraro-abortire-non-un-diritto via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

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