Aumenta la sopravvivenza, libera dalla malattia e calano drasticamente gli eventi epatici avversi. Sono i significativi vantaggi riscontrati nella pratica clinica su 146 pazienti affetti da carcinoma epatocellulare e ricoverati in centri di eccellenza italiani: Aoui di Verona, Iov di Padova, Cro di Aviano (Pn), ospedali Niguarda e Humanitas di Milano.
Come è successo. Per sei mesi questi pazienti sono stati curati con un nuovo modello di gestione ambulatoriale, una organizzazione integrata fra epatologi e oncologi che hanno valutato congiuntamente e globalmente i pazienti. I risultati si sono rivelati così evidenti, che sono appena stati pubblicati su Liver Cancer, la più prestigiosa rivista internazionale dedicata alle patologie oncologiche del fegato.
Lo studio sull’innovazione di cura in Aoui e Università di Verona è realizzato dal dottor Andrea Dalbeni, Uoc Medicina generale C e presidente della sezione Triveneto Simi (Società italiana di Medicina interna), e dalla dottoressa Alessandra Auriemma, Uoc Oncologia responsabile dell’ambulatorio multidisciplinare.
Alla realizzazione del progetto hanno contribuito anche Michele Milella, direttore del dipartimento di Ingegneria per la medicina di innovazione dell’Università di Verona e direttore della Uoc Oncologia, David Sacerdoti, docente di Medicina interna dell’Università di Verona e direttore della Liver Unit, Martina Faccini, infermiera dell’Aoui, Michele Bevilacqua e Filippo Cattazzo, dottorandi di Scienze biomediche, cliniche e sperimentali, Marco Vicardi, specializzando nel dipartimento di Medicina.
La patologia. Il carcinoma epatocellulare (Hcc) è il tipo più comune di tumore primario del fegato e una delle principali cause di morbilità e mortalità in tutto il mondo. Insorge tipicamente nel contesto di una malattia epatica cronica sottostante, il più delle volte la cirrosi. Una patologia complessa che richiede una gestione multidisciplinare e completa che affronti la fisiopatologia sia del tumore stesso che della sottostante disfunzione epatica. L’introduzione di nuove terapie mirate e dell’immunoterapia, in particolare degli inibitori dei checkpoint immunitari (Ici), ha ampliato significativamente il panorama terapeutico.
Ambulatori multidisciplinari integrati. Il progetto dell’ambulatorio multidisciplinare, creato a Verona nel 2022, ha documentato una durata del controllo di malattia, ottenuto con il trattamento, più lungo rispetto al consueto approccio oncologico. Oltre alla maggior sopravvivenza, questo metodo apre scenari importanti per i pazienti e sarà a breve esteso alle neoplasie primitive delle vie biliari e potrà in futuro servire da modello per altri ambiti specialistici in Oncologia.
Nato a Verona, l’ambulatorio è ora applicato anche in altri centri italiani, aprendo nuove opportunità di trattamento per i pazienti, nuove sfide nella selezione del trattamento e nella gestione degli eventi avversi. È richiesta una comprensione completa della storia clinica di ogni paziente, dello stato di salute generale e delle caratteristiche della malattia, inclusi la biologia del tumore e la funzione epatica. Da qui l’importanza di una gestione personalizzata, che aiuta a massimizzare i risultati attraverso una pianificazione e gestione terapeutica guidata da un team multidisciplinare.
I risultati pubblicati su Liver Cancer. I dati dei sei mesi di presa in carico sono raccolti nel progetto di ricerca Multidisciplinary clinic approach improves immunotherapy treatment outcomes in unresectable hepatocellular carcinoma: a multicentre retrospective study. Il campione totale di 146 pazienti coinvolti è stato suddiviso in due gruppi: il 53% di loro (77) è stato seguito tramite il nuovo modello di gestione integrata ambulatoriale, mentre il restante 47% (69 pazienti) è stato affidato a unità oncologiche standard. Sono significativi i vantaggi dell’approccio multidisciplinare. La sopravvivenza libera da progressione (PFS) è risultata nettamente superiore nel gruppo a gestione integrata (13,6 mesi contro 7,7), con un tasso di controllo della malattia (DCR) del 70,1% rispetto al 60,3% del gruppo di controllo. Si è inoltre osservata una drastica riduzione degli eventi avversi epatici (passati dal 40,6% al 10,4%), associata a una gestione più efficiente delle terapie oncologiche.
Data la complessità nella gestione del carcinoma epatocellulare, pochi centri italiani hanno implementato ambulatori multidisciplinari integrati (MDTc), in cui epatologi e oncologi valutano congiuntamente e globalmente i pazienti.
“L’ambulatorio multidisciplinare Onco-Liver nasce nella nostra Azienda nel 2022 in concomitanza con la disponibilità di nuovi farmaci per il trattamento del carcinoma epatocellulare, ed è stato il primo ambulatorio di questo genere in Italia – hanno ricordato Andrea Dalbeni e Alessandra Auriemma – La complessità di questa malattia, che è una patologia tumorale su un fegato malato, ha stimolato noi specialisti con esperienze diverse ad unirci per fornire ai pazienti una gestione integrata più efficace e rapida, ognuno portando le proprie competenze”.
“Questi risultati confermano che l’innovazione organizzativa è altrettanto importante quanto l’introduzione di nuovi farmaci in patologie oncologiche particolarmente complesse, come i tumori primitivi del fegato – ha affermato Michele Milella – Il modello organizzativo si ispira ai principi dell’Healthcare 5.0, che rappresenta la più recente evoluzione dei paradigmi sanitari che sposta i modelli di cura verso la personalizzazione e la sostenibilità, mettendo al centro la persona malata e integrando tecnologie e modelli organizzativi avanzati. Questi risultati sono soprattutto il frutto della profonda integrazione tra l’Università di Verona e, in particolare, del dipartimento di Ingegneria per la medicina di innovazione e del dipartimento di Medicina – di cui fanno parte l’Oncologia e la Liver Unit – e Azienda ospedaliera, la cui direzione di sviluppo è appunto quella di fondere Industria 5.0 e Medicina di precisione in nuovi paradigmi di Healthcare 5.0”.
“La terapia dell’Hcc è solo in parte una terapia oncologica. Il malato è per lo più affetto da cirrosi epatica, sempre più di origine metabolica, per cui va incontro alle complicanze della cirrosi e delle malattie di base, come il diabete, le malattie cardiovascolari, l’obesità, l’insufficienza renale – ha dichiarato David Sacerdoti – Per questo motivo, anche se il tumore è il problema più importante, la gestione della ‘quota non-tumorale’ della malattia da parte dell’epatologo/internista consente al paziente di affrontare meglio la terapia oncologica, di proseguirla più a lungo, evitando spesso gli effetti collaterali dei farmaci che devono essere prevenuti o ricercati prima di dare manifestazioni cliniche”.
























