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Nuove opportunità terapeutiche per la cura dei linfomi ematici

L’intervista a Carlo Visco, docente di Ematologia in ateneo e coordinatore dell'Equipe Linfomi

di Merjeme Kushi
13 Luglio 2026
in Ricerca e innovazione
Photo credits: @Man888 - Adobestock

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Negli ultimi anni la cura dei linfomi ha compiuto grandi passi avanti grazie all’introduzione di terapie sempre più personalizzate, capaci di affiancare o, in alcuni casi, sostituire la chemioterapia tradizionale. In questo scenario, l’Ematologia dell’Università di Verona e dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona si conferma un punto di riferimento nazionale, con un’intensa attività clinica e di ricerca che consente ai pazienti di accedere precocemente ai trattamenti più innovativi.

Ne parliamo con Carlo Visco, docente di Ematologia dell’Università di Verona, vicedirettore dell’Unità di Ematologia e trapianto di midollo osseo e coordinatore dell’Equipe linfomi, impegnata ogni giorno nella cura delle malattie linfoproliferative e nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche.

Professor Visco, l’Unità linfomi dell’Ematologia di Verona è considerata un punto di riferimento nazionale. Quali sono i punti di forza del vostro gruppo?

L’Equipe linfomi dell’Unità operativa di ematologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona rappresenta da anni un centro di eccellenza sia per l’attività clinica sia per la ricerca scientifica. Il nostro obiettivo è offrire ai pazienti un percorso completo, dalla diagnosi alle terapie più innovative, integrando assistenza, ricerca e sperimentazione clinica. Questo è possibile grazie a una squadra multidisciplinare altamente specializzata e a una stretta collaborazione con il Policlinico di Borgo Roma e con i laboratori di ricerca dell’Ateneo.

Lei è impegnato da molti anni nella ricerca sui linfomi. Quanto hanno contribuito le esperienze internazionali al suo percorso?

Le esperienze maturate presso centri come il Md Anderson Cancer Center di Houston e l’Università del Wisconsin sono state fondamentali per sviluppare una visione internazionale della ricerca e della cura dei linfomi. Oggi coordino studi clinici e attività di ricerca traslazionale con l’obiettivo di trasferire rapidamente ai pazienti le innovazioni terapeutiche più promettenti. Un ruolo importante è svolto anche dalla Fondazione Italiana Linfomi, della quale sono attualmente vicepresidente e di cui assumerò la presidenza nel gennaio 2027.

Quanto conta oggi la sperimentazione clinica nella cura dei linfomi?

È uno degli elementi più importanti della nostra attività. Collaboriamo sia con gruppi di ricerca accademici sia con aziende farmaceutiche per sviluppare studi clinici di fase 1 e fase 2 presso il Centro ricerche cliniche dell’Università di Verona. Grazie a questi protocolli siamo riusciti, in alcuni sottotipi di linfoma non Hodgkin, come il linfoma diffuso a grandi cellule B e il linfoma mantellare, a sostituire o affiancare la chemioterapia con terapie mirate che hanno dimostrato maggiore efficacia e una migliore tollerabilità.

Quali pazienti vengono seguiti dal vostro centro?

Ci occupiamo dell’intero spettro delle malattie linfoproliferative: linfomi di Hodgkin e non Hodgkin, forme aggressive e indolenti e patologie linfoproliferative croniche. Il Day service ematologico, che coordino direttamente, garantisce ogni giorno la somministrazione di polichemioterapia, immunoterapia e farmaci biologici di ultima generazione, assicurando un’assistenza altamente specializzata.

L’équipe è composta da numerosi professionisti. Come è organizzata?

Il lavoro di squadra è uno dei nostri principali punti di forza. Nel trattamento dei linfomi operano medici con grande esperienza come Cinzia Sissa e Maria Ciccone, Andrea Bernardelli. Francesca Maria Quaglia e Isacco Ferrarini seguono invece le malattie linfoproliferative croniche, mentre Alessia Moioli e Matilde Paluzzi sono dedicate alle terapie sperimentali. La qualità dell’assistenza nasce proprio dall’integrazione di competenze diverse.

Verona è anche uno dei pochi centri autorizzati alle terapie Car-t. Che cosa significa per i pazienti?

Significa poter offrire trattamenti estremamente innovativi senza costringere i pazienti a spostarsi in altre regioni. Lavoriamo in stretta collaborazione con il Programma trapianto dell’Azienda ospedaliera universitaria Integrata di Verona per i trapianti di cellule staminali emopoietiche, sia autologhi sia allogenici, e per le terapie cellulari Car-t. In Veneto i centri autorizzati sono soltanto due: Verona e Vicenza.

Quali sono oggi le principali linee di ricerca del vostro gruppo?

La nostra ricerca è fortemente orientata a rendere le cure sempre più efficaci e meno tossiche. Attraverso i protocolli clinici approvati dal Comitato etico possiamo offrire ai pazienti l’accesso anticipato a nuovi farmaci biologici e a inibitori molecolari non ancora disponibili nella pratica clinica. In particolare, ci concentriamo sull’ottimizzazione delle strategie terapeutiche nei linfomi aggressivi e indolenti e sulla biologia del linfoma mantellare.

La ricerca coinvolge anche altre strutture dell’Università di Verona?

Assolutamente sì. Una parte importante della nostra attività è svolta insieme ai Laboratori universitari di ricerca medica (Lurm), in collaborazione con il gruppo coordinato dalla professoressa Maria Teresa Scupoli. In questo contesto lavorano le ricercatrici Simona Gambino, Marilisa Galasso e Maria Elena Carazzolo. L’integrazione tra laboratorio e attività clinica ci permette di trasformare più rapidamente le scoperte scientifiche in nuove opportunità terapeutiche per i pazienti.

EI

 

 

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